Alzheimer, nuovo stop Aifa a rimborso degli anticorpi monoclonali. Perché e cosa cambia per i pazienti

Irma D’Aria, giornalista scientifica
Alzheimer, nuovo stop Aifa a rimborso degli anticorpi monoclonali.

Per la seconda volta l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha deciso di non ammettere alla rimborsabilità da parte del Servizio sanitario nazionale lecanemab e donanemab, i primi anticorpi monoclonali anti-amiloide sviluppati per rallentare la progressione della malattia di Alzheimer nelle sue fasi iniziali. La decisione della Commissione Scientifica ed Economica (CSE) non riguarda l’autorizzazione dei farmaci – già approvati dall’Agenzia europea dei medicinali (EMA) – ma esclusivamente la loro rimborsabilità da parte del Servizio sanitario nazionale. Una distinzione importante che ha acceso il confronto tra autorità regolatorie, clinici, aziende e associazioni dei pazienti.

Cosa sono le nuove terapie

A differenza dei farmaci oggi disponibili, che agiscono soprattutto sui sintomi, lecanemab e donanemab sono stati sviluppati per intervenire sul meccanismo biologico della malattia, favorendo la rimozione degli accumuli di beta-amiloide dal cervello. Non rappresentano una cura definitiva, ma hanno dimostrato di rallentare la progressione dell’Alzheimer nei pazienti selezionati con malattia in fase molto precoce.

Perché Aifa ha detto no

Secondo la Commissione Scientifica ed Economica, i due farmaci sono efficaci nel rallentare la progressione della malattia, ma il beneficio osservato negli studi registrativi è stato giudicato limitato rispetto ai rischi, ai costi e alla complessità organizzativa richiesta per somministrarli in sicurezza. Nei principali studi clinici, dopo circa 18 mesi di trattamento, il declino cognitivo è risultato più lento rispetto al placebo, ma la differenza è stata ritenuta inferiore alla soglia di rilevanza clinica per il singolo paziente. Nella valutazione hanno pesato anche gli effetti indesiderati – in particolare le anomalie radiologiche cerebrali (ARIA), che richiedono un monitoraggio con risonanze magnetiche periodiche – e la necessità di individuare con precisione i pazienti eleggibili attraverso esami specialistici e centri altamente qualificati.

Il nodo del dibattito

Il punto centrale della discussione non è se questi farmaci funzionino oppure no. Gli studi mostrano, infatti, un rallentamento della progressione della malattia. La vera domanda è un’altra: questo beneficio è sufficientemente rilevante, rispetto ai rischi, ai costi e all’impatto organizzativo, da giustificarne la rimborsabilità da parte del Servizio sanitario nazionale? È proprio su questo punto che si concentrano le differenze di valutazione tra Aifa, aziende, associazioni dei pazienti e molti clinici.

I neurologi: “Per alcuni pazienti ogni mese perso conta”

Tra questi c’è Giovanna Zamboni, ordinaria di Neurologia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e neurologa presso Azienda Ospedaliero Universitaria di Modena, che segue quotidianamente persone con Alzheimer nelle fasi iniziali. In una recente video-intervista rilasciata a Medikea tv (qui il link) ha dichiarato: “Il rischio è che, mentre aspettiamo, alcuni dei pazienti che oggi sarebbero eleggibili progrediscano e perdano l’opportunità di accedere a queste terapie”, spiega. “Parliamo di una quota relativamente piccola di persone, ma proprio per questo rappresentano i pazienti che potrebbero ottenere il maggiore beneficio”.

Zamboni sottolinea di comprendere il ruolo dell’autorità regolatoria e la necessità di valutare anche la sostenibilità economica e organizzativa del trattamento. “Capisco perfettamente il compito di Aifa, che deve considerare il rapporto tra benefici, rischi e sostenibilità per il Servizio sanitario. Il mio ruolo, però, è quello del medico che ogni giorno incontra pazienti, spesso ancora giovani, e vede cosa significa perdere tempo in una malattia progressiva. Per questo auspico che queste terapie possano essere rese disponibili, naturalmente con criteri molto rigorosi di selezione”.

Il tema dell’equità di accesso

Secondo la neurologa, il punto non è trattare tutti, ma identificare con precisione chi può davvero trarne vantaggio. “Queste terapie non sono destinate a tutti i pazienti con Alzheimer. È fondamentale individuare quelli che hanno maggiori probabilità di beneficiarne e il minor rischio di effetti collaterali”. Proprio con questo obiettivo, spiega, diverse Regioni stanno già lavorando all’organizzazione dei percorsi assistenziali. “In Emilia-Romagna stiamo definendo criteri condivisi per garantire un accesso equo e appropriato. Anche se i pazienti candidabili saranno pochi, dobbiamo fare in modo che siano quelli giusti”.

La protesta delle associazioni dei pazienti

Tra le prime a contestare la decisione è stata AIMA (Associazione Italiana Malattia di Alzheimer). “Siamo scandalizzati da questa scelta” ha dichiarato Patrizia Spadin, presidente di AIMA. “Dopo oltre ventisei anni di attesa, da quando il Progetto Cronos aprì una nuova stagione nella cura dell’Alzheimer, finalmente la ricerca aveva messo a disposizione le prime terapie capaci di rallentare la progressione della malattia. Con questo secondo no si sceglie invece di chiudere la porta all’innovazione e di spegnere la speranza dei pazienti e delle loro famiglie”.

Il richiamo agli interventi di stimolazione cognitiva

“Ciò che ho trovato ancora più offensivo è il richiamo, contenuto nelle motivazioni del provvedimento, agli interventi di training e stimolazione cognitiva. È un messaggio profondamente sbagliato, irrispettoso e inadeguato, soprattutto perché non spetta all’ente regolatorio richiamare interventi non farmacologici nel momento in cui nega ai pazienti l’accesso alle prime terapie innovative. Vorremmo, inoltre, chiedere alla Commissione dove immagina che le persone con Alzheimer possano trovare questi percorsi. In molte aree del Paese semplicemente non esistono; dove sono disponibili, sono spesso accessibili solo privatamente e con costi che molte famiglie non sono in grado di sostenere. È davvero questa la risposta che il Servizio sanitario nazionale vuole dare ai malati?”, ha aggiunto Spadin.

Guarda la video-intervista alla professoressa Giovanna Zamboni, ordinaria di Neurologia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e neurologa presso Azienda Ospedaliero Universitaria di Modena qui

La posizione delle aziende

Anche le aziende che hanno sviluppato i due farmaci contestano la decisione. Lilly, che commercializza donanemab, ricorda che il medicinale è stato autorizzato dall’Agenzia europea dei medicinali (EMA) nel settembre 2025 dopo una valutazione positiva del rapporto beneficio-rischio ed è già disponibile o rimborsato in numerosi Paesi, tra cui Stati Uniti, Giappone, Austria e Corea del Sud. Secondo l’azienda, definire “modesto” il beneficio clinico rischia di non cogliere il valore che anche pochi mesi di rallentamento della malattia possono avere per i pazienti e per le loro famiglie. Donanemab è un trattamento disease-modifying che ha dimostrato di rallentare in modo significativo la progressione della malattia di Alzheimer nei pazienti eleggibili, riducendo del 48% il rischio di avanzamento verso stadi più gravi rispetto al placebo in 18 mesi, con un beneficio clinico che si mantiene e si rafforza nel tempo. Lilly ha annunciato che presenterà le proprie controdeduzioni chiedendo una rivalutazione della decisione.

Anche Eisai, che sviluppa lecanemab insieme a Biogen, ha espresso “forte rammarico” per la decisione della Commissione Scientifica ed Economica. Secondo l’azienda, il valore del trattamento non può essere giudicato soltanto sulla base dei risultati osservati dopo 18 mesi, ma deve essere valutato considerando il beneficio nel lungo periodo. Eisai richiama, infatti, i dati di estensione degli studi clinici, secondo i quali dopo 48 mesi di trattamento lecanemab avrebbe ridotto del 56% il rischio di progressione verso gli stadi più avanzati dell’Alzheimer, consentendo a circa otto pazienti su dieci di rimanere ancora nelle fasi iniziali della malattia.

Che cosa succede ora

La decisione della Commissione riguarda esclusivamente la rimborsabilità e non l’autorizzazione all’impiego dei farmaci. Questo significa che lecanemab e donanemab restano autorizzati dall’EMA nei pazienti eleggibili, ma non saranno rimborsati dal Servizio sanitario nazionale, salvo un eventuale riesame della decisione. Le aziende hanno già annunciato l’intenzione di presentare ulteriori osservazioni e chiedere una nuova valutazione.

Una decisione che riapre il dibattito

La vicenda riporta al centro una questione destinata ad accompagnare sempre più spesso l’arrivo delle nuove terapie per le malattie neurodegenerative: come conciliare innovazione, sostenibilità ed equità di accesso. Da una parte c’è la necessità di garantire che le risorse pubbliche vengano destinate a trattamenti con un beneficio clinico chiaramente dimostrato. Dall’altra la richiesta di non perdere l’opportunità di intervenire nelle fasi iniziali di una malattia irreversibile, quando il rallentamento della progressione può tradursi in mesi o anni di autonomia in più. È un equilibrio complesso, destinato a riproporsi sempre più spesso con l’arrivo delle nuove terapie in grado non di guarire, ma di modificare il decorso delle malattie neurodegenerative.

Condividi
Si occupa da anni di salute, medicina, prevenzione e innovazione scientifica, con particolare attenzione alla qualità dell’informazione medico-scientifica e alla divulgazione. Firma gli articoli di Salute per Repubblica e ha maturato esperienze anche in Rai con cui continua a collaborare.