Il diabete cambia volto e diventa sempre più giovane. Una malattia tradizionalmente associata, almeno nella sua forma di tipo 2, all’età adulta sta guadagnando terreno anche tra bambini e adolescenti. E contemporaneamente aumentano, a livello globale, anche le persone che convivono con il diabete di tipo 1.
È uno degli scenari più preoccupanti che emerge dal 62° Congresso della European Association for the Study of Diabetes (EASD), in corso a Milano dal 28 settembre al 2 ottobre, dove accanto ai numeri sull’aumento dei casi sono al centro del confronto nuove strategie di prevenzione, diagnosi sempre più precoci e terapie capaci non soltanto di controllare la glicemia, ma di modificare il decorso della malattia e ridurne le complicanze.
Secondo il modello DIAMOND-T1D, entro il 2049 le persone con diabete di tipo 1 nel mondo arriveranno a 12,1 milioni, il 29% in più rispetto ai 9,4 milioni stimati nel 2025. E già nel 2025 il 42% dei nuovi casi ha riguardato la fascia tra 0 e 19 anni: il 37% nei Paesi ad alto reddito e addirittura il 49% in quelli a basso reddito.
Ma l’allarme riguarda anche il diabete di tipo 2. Uno studio statunitense della Colorado School of Public Health mostra che, tra i giovani con meno di 20 anni, il tasso di nuovi casi è aumentato di quasi dieci volte dall’inizio del secolo. Un dato che conferma come questa forma di diabete non possa più essere considerata una patologia esclusivamente della mezza età o dell’anziano.
Anche in Italia il peso della malattia è rilevante: quasi 4 milioni di persone convivono con il diabete, alle quali si aggiungerebbero circa 1,5 milioni di persone che ancora non sanno di averlo. Il diabete di tipo 1 rappresenta una quota molto più piccola rispetto al tipo 2, ma secondo le proiezioni i casi potrebbero crescere del 16% entro il 2049, superando quota 239 mila.
Curare prima e modificare il decorso della malattia
Tra i temi più innovativi discussi al Congresso ci sono le cosiddette terapie disease-modifying per il diabete di tipo 1. Non sostituiscono l’insulina, ma puntano a intervenire sui meccanismi alla base della malattia, modulando la risposta autoimmune e cercando di preservare più a lungo la funzione delle cellule beta pancreatiche che producono insulina.
Oggi è disponibile un solo farmaco approvato con l’obiettivo di rallentare la progressione del diabete di tipo 1, mentre sono allo studio altri immunomodulatori, strategie antigene-specifiche e terapie cellulari che potrebbero ampliare in futuro le possibilità di trattamento.
«L’incremento del diabete di tipo 1 e l’anticipazione d’esordio del tipo 2 delineano la necessità di interventi sempre più tempestivi per tutelare la qualità di vita dei pazienti. In questa direzione si muovono anche i documenti e le attività che sono presentati nel corso del congresso», spiega Francesco Giorgino, presidente della European Association for the Study of Diabetes (EASD).
Un cambiamento di prospettiva che riguarda anche il monitoraggio e la gestione del diabete di tipo 2. «A partire dalla nuova linea guida EASD sul monitoraggio continuo della glicemia, che valuta l’estensione del CGM a tutti gli adulti con diabete di tipo 2, indipendentemente dal trattamento con insulina. Fino al nuovo Consensus Report ADA/EASD 2026, che si orienta verso un trattamento precoce e intensivo della malattia, capace di affiancare al controllo glicemico la protezione cardiovascolare, renale ed epatica e la gestione del peso».
Obesità e diabete, due epidemie che si intrecciano
Proprio l’aumento del peso corporeo rappresenta uno dei principali fili conduttori del Congresso. La crescita del diabete di tipo 2 in età pediatrica procede infatti parallelamente all’aumento di sovrappeso e obesità, soprattutto nei Paesi industrializzati.
Per questo grande attenzione è dedicata alle nuove terapie per l’obesità e alle loro possibili applicazioni cliniche: dalle incretine ai multi-agonisti, fino al ruolo dell’amilina. Al centro del dibattito non ci sono soltanto l’efficacia nella perdita di peso, ma anche meccanismi d’azione, sicurezza, gestione degli effetti collaterali e scelta dei trattamenti più adatti ai diversi profili di paziente.
Il modello italiano: dallo screening allo sport “in prescrizione”
Nel panorama internazionale, l’Italia presenta un sistema normativo che negli anni ha anticipato alcuni temi oggi al centro del dibattito sulla salute metabolica. Alla legge quadro sul diabete del 1987 si è aggiunta la legge Mulè, che ha introdotto un programma di screening pediatrico per la diagnosi precoce del diabete di tipo 1 e della celiachia. Più recentemente, la legge Pella ha riconosciuto l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante.
È inoltre in discussione il disegno di legge 287, firmato dalla senatrice Daniela Sbrollini, che punta a riconoscere l’attività fisica come strumento terapeutico e a renderne possibile la prescrizione nell’ambito del Servizio sanitario nazionale. «L’esperienza italiana dimostra come l’alleanza tra ricerca scientifica e scelte legislative pionieristiche possa trasformare l’evidenza clinica in un modello organizzativo concreto ed efficace», dichiara Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei deputati. «L’obiettivo è intercettare la malattia in fase precoce per minimizzare i rischi, sostenere le famiglie e garantire ai nostri bambini una qualità di vita migliore».
Per la senatrice Daniela Sbrollini, co-presidente dell’Intergruppo parlamentare obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili, «la crescente diffusione di diabete e obesità tra i giovani ci pone di fronte all’urgenza di continuare a innovare profondamente il nostro sistema sanitario e sociale, per andare sempre più verso un approccio olistico orientato alla prevenzione, che metta al centro la persona».
In questa direzione va anche la proposta di considerare l’attività fisica come parte integrante della terapia. «Investire oggi nella prevenzione e nei corretti stili di vita significa tutelare i nostri ragazzi e garantire la sostenibilità del sistema sanitario», aggiunge Sbrollini.
Sottolinea il valore della prevenzione anche Roberto Pella, co-presidente dell’Intergruppo parlamentare obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili: «L’Italia nel 2025 ha compiuto un passo storico, diventando il primo Paese al mondo ad adottare una legge parlamentare che riconosce l’obesità come una malattia. Investire oggi nella prevenzione e nella salute metabolica significa proteggere la salute dei cittadini e contribuire alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale».
Dalla ricerca alla vita quotidiana dei pazienti
Il punto, però, è trasformare innovazione e ricerca in strumenti concretamente accessibili alle persone. «La ricerca rappresenta una leva fondamentale per rafforzare la salute metabolica e trasformare le conoscenze scientifiche in strumenti concreti di prevenzione, diagnosi e cura», sottolinea Andrea Lenzi, presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. «Il Congresso EASD rappresenta un momento prezioso di confronto internazionale, in cui le più recenti evidenze scientifiche possono tradursi in nuove prospettive per la salute delle persone e per i sistemi sanitari».
Una sfida che riguarda anche l’accesso alle cure e alle tecnologie. «Di fronte a questo preoccupante aumento di diagnosi, soprattutto tra i giovani, va ribadito il valore di norme capaci di mettere al centro la vita reale delle persone», conclude Manuela Bertaggia, presidente Fand – Associazione italiana diabetici Odv. «Le nostre priorità quotidiane rimangono garantire equo accesso alle terapie e tecnologie più innovative, sostenere le famiglie fin dalla diagnosi precoce e combattere lo stigma».



