Melanoma, un vaccino a mRNA costruito su misura per ogni paziente riduce recidive e metastasi

Irma D’Aria, giornalista scientifica
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Non un vaccino contro il melanoma uguale per tutti, ma una terapia costruita a partire dal tumore di ogni singolo paziente. È questa la strada aperta da intismeran autogene, trattamento sperimentale a mRNA che utilizza le caratteristiche genetiche della neoplasia per “mostrare” al sistema immunitario quali bersagli riconoscere e attaccare.

Ora questa strategia compie un passo importante. Merck (MSD fuori da Stati Uniti e Canada) e Moderna hanno annunciato che lo studio di fase 3 INTerpath-001 ha raggiunto sia l’endpoint primario sia uno dei principali endpoint secondari: nei pazienti con melanoma cutaneo in stadio IIB-IV completamente asportato chirurgicamente, l’associazione di intismeran con pembrolizumab ha migliorato in maniera statisticamente significativa e clinicamente rilevante sia la sopravvivenza libera da recidiva sia quella libera da metastasi a distanza rispetto al solo pembrolizumab.

È la prima volta che una terapia individualizzata a neoantigeni, e più in generale una terapia oncologica a mRNA, ottiene risultati positivi in uno studio di fase 3.

C’è però una cautela importante: i risultati dettagliati non sono ancora disponibili. Le aziende hanno comunicato il raggiungimento degli endpoint in un’analisi ad interim pre-specificata, ma non hanno ancora reso noti hazard ratio, curve di sopravvivenza e valori assoluti relativi alla fase 3. I dati saranno presentati a un prossimo congresso scientifico internazionale e sottoposti alle autorità regolatorie.

Una terapia costruita sul “ritratto” genetico del tumore

Intismeran autogene, precedentemente indicato come V940 o mRNA-4157, appartiene a una nuova classe di trattamenti definiti terapie individualizzate a neoantigeni.

Il principio è profondamente diverso da quello di un farmaco prodotto in maniera identica per migliaia di pazienti. Dopo l’intervento chirurgico viene analizzato un campione del tumore del singolo paziente per individuarne le mutazioni caratteristiche. Da queste vengono selezionati fino a 34 neoantigeni, cioè proteine anomale generate dalle cellule tumorali che possono diventare bersagli del sistema immunitario.

Sulla base di queste informazioni viene quindi prodotto un mRNA sintetico personalizzato. Una volta somministrato, l’mRNA fornisce alle cellule le istruzioni per produrre temporaneamente quei neoantigeni e presentarli al sistema immunitario, con l’obiettivo di stimolare una risposta specifica dei linfociti T contro eventuali cellule tumorali residue. In altre parole, ogni trattamento viene costruito sulla particolare “impronta mutazionale” del tumore di quella persona.

Perché associarlo all’immunoterapia

Intismeran è stato somministrato insieme a pembrolizumab, anticorpo monoclonale anti-PD-1 già utilizzato nell’immunoterapia di diversi tumori, compreso il melanoma. Le due strategie agiscono in maniera complementare: la terapia a mRNA cerca di generare e indirizzare una risposta immunitaria contro bersagli specifici del tumore; pembrolizumab interviene invece su uno dei meccanismi attraverso i quali le cellule tumorali riescono a frenare la risposta immunitaria. L’obiettivo è quindi rendere il sistema immunitario capace di riconoscere meglio le cellule tumorali e, contemporaneamente, rimuovere uno dei “freni” che possono limitarne l’azione.

Lo studio su oltre 1.100 pazienti

INTerpath-001 è uno studio internazionale di fase 3, randomizzato e in doppio cieco, che ha arruolato 1.137 pazienti con melanoma cutaneo ad alto rischio in stadio IIB, IIC, III o IV, completamente rimosso chirurgicamente e non precedentemente trattato con una terapia sistemica. Dopo l’intervento, i partecipanti sono stati assegnati in rapporto 2:1 a ricevere intismeran più pembrolizumab oppure pembrolizumab più placebo.

Intismeran è stato somministrato alla dose di 1 mg ogni tre settimane per un massimo di nove dosi, mentre pembrolizumab è stato somministrato ogni sei settimane, fino a nove cicli. La durata complessiva prevista del trattamento era di circa un anno. L’endpoint principale era la sopravvivenza libera da recidiva (RFS), cioè il tempo trascorso senza ricomparsa della malattia o morte per qualsiasi causa. Tra gli endpoint secondari figuravano la sopravvivenza libera da metastasi a distanza (DMFS), la sopravvivenza globale, la sicurezza, la tollerabilità e la qualità di vita.

L’analisi ad interim ha mostrato un vantaggio significativo dell’associazione per RFS e DMFS. Lo studio proseguirà per valutare gli altri endpoint, compresa soprattutto la sopravvivenza globale, un dato essenziale per comprendere pienamente l’impatto clinico del trattamento. Sul fronte della sicurezza, secondo quanto comunicato dalle aziende, non sono emersi nuovi segnali rispetto a quelli già osservati negli studi precedenti sulla combinazione.

Guarda la video-intervista qui

I risultati precedenti avevano già acceso l’interesse

Il fase 3 nasce da risultati incoraggianti ottenuti nello studio di fase 2b KEYNOTE-942/mRNA-4157-P201. Al follow-up di cinque anni presentato all’ASCO 2026, nei pazienti trattati con intismeran più pembrolizumab era stata osservata una riduzione relativa del 49% del rischio di recidiva o morte rispetto al solo pembrolizumab (HR 0,51; IC 95% 0,294-0,887). Per il rischio di metastasi a distanza o morte, la riduzione relativa era risultata del 59% (HR 0,411; IC 95% 0,200-0,843).

Sono risultati che avevano fornito il razionale per la conferma in una popolazione molto più ampia. Il raggiungimento degli endpoint nel fase 3 rappresenta quindi un passaggio decisivo, anche se bisognerà attendere la pubblicazione dei numeri completi per stabilire quanto grande sia effettivamente il beneficio.

Perché intervenire dopo che il tumore è stato asportato

Può sembrare controintuitivo sottoporre un paziente a una terapia oncologica quando il melanoma visibile è già stato completamente rimosso. Ma è proprio questo il significato della terapia adiuvante. Anche dopo una resezione completa possono infatti essere rimaste nell’organismo cellule tumorali non identificabili con gli strumenti diagnostici disponibili, dalle quali può originare successivamente una recidiva. Nel melanoma ad alto rischio questo problema rimane rilevante: le recidive possono comparire soprattutto nei primi anni e possono manifestarsi direttamente come malattia metastatica. L’obiettivo della terapia adiuvante non è quindi trattare una massa tumorale visibile, ma ridurre la probabilità che la malattia ritorni.

Dall’mRNA dei vaccini a una medicina oncologica “su misura”

L’aspetto forse più interessante di INTerpath-001 va oltre il melanoma. La tecnologia a mRNA viene qui utilizzata non per creare un prodotto identico destinato a una popolazione, ma per realizzare un trattamento diverso per ogni paziente. Il programma INTerpath comprende attualmente nove studi di fase 2 e 3 e sta valutando questa strategia anche in altri tumori e in differenti fasi della malattia, tra cui carcinoma polmonare non a piccole cellule, tumore della vescica e carcinoma renale. Sono inoltre in corso studi nel carcinoma duttale del pancreas e nel tumore gastrico. Non significa che sia già nata una nuova terapia standard. Intismeran rimane un trattamento sperimentale e, prima di capire quale posto potrà occupare nella pratica clinica, bisognerà conoscere nel dettaglio i risultati del fase 3, valutarne la durata nel tempo e attendere le decisioni delle autorità regolatorie. Ma il risultato segna comunque un passaggio importante: l’idea di costruire una terapia a mRNA partendo dalle mutazioni specifiche del tumore di una singola persona ha superato per la prima volta con successo la prova di uno studio oncologico di fase 3. Ed è forse questo, più ancora del singolo risultato nel melanoma, il dato da tenere d’occhio.

 

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Si occupa da anni di salute, medicina, prevenzione e innovazione scientifica, con particolare attenzione alla qualità dell’informazione medico-scientifica e alla divulgazione. Firma gli articoli di Salute per Repubblica e ha maturato esperienze anche in Rai con cui continua a collaborare.