Sanità, liste d’attesa ancora fuori controllo: fino a 540 giorni per una risonanza e due anni per una visita di controllo

Giulia Ippolito
Sala d'attesa nell'ospedale

C’è chi aspetta 102 giorni per una mammografia che dovrebbe essere effettuata entro dieci giorni. Chi resta in liste d’attesa 540 giorni per una risonanza magnetica all’encefalo. E chi, dopo essere già entrato nel sistema sanitario, deve attendere quasi due anni per una visita ginecologica di controllo.

A trent’anni dalla nascita del PIT Salute, il servizio di tutela di Cittadinanzattiva, il problema che continua a emergere con maggiore forza è sempre lo stesso: accedere alle cure nei tempi previsti resta per molti cittadini una corsa a ostacoli.

Lo raccontano le 14.176 segnalazioni raccolte nel 2025 dai punti di ascolto e tutela dell’associazione, confluite nel nuovo Rapporto PIT Salute 2026, presentato oggi a Roma. Quasi una segnalazione su due riguarda infatti le difficoltà di accesso ai servizi sanitari. Il problema principale sono le liste d’attesa: nel 62,2% dei casi i cittadini denunciano tempi troppo lunghi per visite ed esami diagnostici; nel 37,2% segnalano invece difficoltà nella prenotazione, spesso a causa di agende chiuse o bloccate.

Esami urgenti che arrivano settimane dopo

I dati raccolti da Cittadinanzattiva mostrano una distanza ancora significativa tra i tempi previsti dalle classi di priorità e quelli realmente sperimentati dai cittadini.

TAC, risonanze magnetiche ed ecografie sono tra le prestazioni più colpite dai ritardi. Oltre la metà delle persone che hanno segnalato problemi riferisce di aver atteso per un esame diagnostico ben oltre i limiti indicati nella prescrizione.

Particolarmente critici i casi degli esami urgenti. Per una colonscopia o una gastroscopia con priorità urgente, che dovrebbero essere effettuate entro 72 ore, le attese arrivano mediamente tra i 23 e i 31 giorni. Una mammografia bilaterale classificata come prestazione breve, da eseguire entro dieci giorni, può richiedere fino a 102 giorni.

Non va meglio sul fronte della prevenzione. Per una mammografia programmata si arriva fino a 480 giorni di attesa, mentre per una colonscopia programmata si superano i 420 giorni. Il record segnalato riguarda una risonanza magnetica dell’encefalo in classe programmata: 540 giorni contro i 120 previsti.

Il problema non finisce con la prima visita

Un altro dato che emerge dal rapporto riguarda le visite di controllo.

Entrare nel sistema sanitario non significa necessariamente riuscire a completare il percorso di cura nei tempi adeguati. Le attese colpiscono infatti anche chi deve effettuare controlli successivi. Si registrano fino a 46 giorni per una visita ortopedica urgente di controllo, 42 giorni per una visita oculistica e 41 per una cardiologica. Il caso più critico riguarda la ginecologia: per una visita programmata di controllo si arriva fino a 660 giorni di attesa, quasi due anni.

Assistenza territoriale: criticità su medici di famiglia, salute mentale e RSA

Le segnalazioni non riguardano soltanto le liste d’attesa.

Quasi il 20% dei cittadini che si sono rivolti a Cittadinanzattiva ha denunciato problemi legati all’assistenza territoriale. Le criticità più frequenti riguardano il rapporto con medici di medicina generale e pediatri, spesso difficili da contattare o da sostituire dopo il pensionamento. Seguono i problemi nell’accesso ai servizi di salute mentale, dove molti cittadini riferiscono l’impossibilità di accedere a percorsi psicoterapeutici nel servizio pubblico e la conseguente necessità di rivolgersi al privato o di rinunciare alle cure.

Restano inoltre aperte le questioni relative alle RSA e all’assistenza domiciliare integrata. Nel primo caso le famiglie chiedono maggiore trasparenza sulle rette e sulla qualità dell’assistenza; nel secondo denunciano interventi frammentati che spesso non si traducono in un vero progetto assistenziale continuativo.

Esplode il problema delle protesi

Tra i fenomeni che più hanno colpito gli operatori di Cittadinanzattiva c’è il forte aumento delle segnalazioni relative all’assistenza protesica e integrativa.

In un solo anno il peso di questo capitolo è passato dallo 0,9% al 7% del totale delle richieste di aiuto. Alla base vi è soprattutto l’entrata in vigore del nuovo Decreto Tariffe, che ha modificato i rimborsi per ausili e dispositivi. Secondo il rapporto, molte officine ortopediche hanno smesso di fornire alcuni presidi attraverso il Servizio sanitario nazionale, mentre le aziende sanitarie si sono trovate in difficoltà nell’autorizzare dispositivi di qualità senza richiedere integrazioni economiche agli utenti.

Un’altra criticità riguarda la crescente standardizzazione degli ausili. Le segnalazioni raccolte mostrano come, in alcuni casi, la logica delle gare centralizzate abbia sacrificato la personalizzazione della cura, con il rischio che il cittadino riceva un dispositivo meno adatto alle proprie esigenze cliniche e funzionali.

Trent’anni di tutela e battaglie ancora aperte

Nel presentare il rapporto, la segretaria generale di Cittadinanzattiva Anna Lisa Mandorino ha ricordato alcune delle principali conquiste ottenute in questi trent’anni di attività, dal riconoscimento degli indennizzi per il sangue infetto all’abolizione del superticket.

Molte sfide, però, restano aperte. Dalle liste d’attesa alla piena attuazione della riforma per gli anziani non autosufficienti, dal riconoscimento del caregiver familiare allo sviluppo delle Case di comunità, che secondo l’associazione in molti territori faticano ancora a diventare un punto di riferimento concreto per i cittadini.

Condividi
Si occupa da anni di salute, medicina, prevenzione e innovazione scientifica, con particolare attenzione alla qualità dell’informazione medico-scientifica e alla divulgazione. Firma gli articoli di Salute per Repubblica e ha maturato esperienze anche in Rai con cui continua a collaborare.