“Continuo a fare la mia vita”. Con queste parole Dario Franceschini ha scelto di rendere pubblica la diagnosi di malattia di Parkinson ricevuta nel 2020. La decisione dell’ex ministro di raccontare pubblicamente la sua diagnosi riporta l’attenzione su una malattia che colpisce circa 400mila italiani e che non riguarda solo la popolazione anziana. Una decisione che ha riportato l’attenzione su una patologia spesso raccontata attraverso stereotipi: il tremore come unico sintomo, l’età avanzata come unica fase della vita interessata, l’idea di una malattia che costringe inevitabilmente all’isolamento.
Il Parkinson è molto più complesso. In Italia interessa circa 400mila persone e la sua diffusione è in costante aumento. Ma soprattutto, come ricordano gli specialisti, non è una malattia esclusivamente della terza età. Circa un paziente su quattro riceve la diagnosi prima dei 50 anni, mentre negli ultimi quindici anni il numero complessivo dei casi è praticamente raddoppiato.
La scelta di Franceschini assume quindi anche un valore culturale: parlare apertamente della malattia significa contribuire a ridurre lo stigma e ricordare che, oggi, convivere con il Parkinson non significa interrompere la propria vita personale, lavorativa o sociale.
Non sempre il primo segnale è il tremore
Il Parkinson viene ancora identificato quasi automaticamente con il tremore. È certamente uno dei sintomi più noti, ma non è il più caratteristico e, soprattutto, non è presente in tutti i pazienti.
«Il sintomo cardine della malattia è la bradicinesia, cioè il rallentamento dei movimenti», spiega il professor Fabrizio Stocchi, responsabile del Centro Parkinson, parkinsonismi e disturbi del movimento dell’IRCCS San Raffaele di Roma. «La triade classica comprende bradicinesia, rigidità muscolare e tremore, ma circa il 27% delle persone non presenta quest’ultimo.»
Per questo motivo una diagnosi precoce richiede attenzione anche a segnali meno evidenti: movimenti più lenti, difficoltà nei gesti quotidiani, rigidità persistente, alterazioni dell’equilibrio. Intervenire nelle prime fasi della malattia rappresenta oggi una delle principali sfide della neurologia.
La ricerca guarda sempre più indietro, prima che i neuroni muoiano
Ed è proprio sulla fase iniziale della malattia che arriva una delle novità scientifiche più interessanti degli ultimi mesi.
Un gruppo di ricercatori dell’Università di Padova, coordinato dalla professoressa Elisa Greggio, ha pubblicato sulla rivista eLife uno studio che identifica un nuovo ruolo della proteina LRRK2, una delle principali protagoniste delle forme genetiche di Parkinson ma coinvolta anche nelle forme sporadiche.
Per anni la ricerca si è concentrata soprattutto sulla morte dei neuroni dopaminergici, l’evento che porta alla comparsa dei sintomi motori. Oggi, invece, l’obiettivo è capire cosa succede molto prima.
Lo studio dimostra che LRRK2 svolge un ruolo fondamentale nel mantenere efficienti le sinapsi, i punti di contatto attraverso cui i neuroni comunicano tra loro.
Le sinapsi sono il primo campanello d’allarme
I ricercatori hanno osservato che LRRK2 regola il comportamento del citoscheletro di actina, una sorta di impalcatura interna che permette ai neuroni di modificare continuamente la propria forma e rafforzare le connessioni nervose.
La proteina interviene inoltre nella risposta al BDNF, uno dei principali fattori di crescita del sistema nervoso, indispensabile per la sopravvivenza e la plasticità delle cellule cerebrali.
Quando questa funzione viene alterata, i neuroni perdono progressivamente la capacità di adattarsi agli stimoli e di mantenere efficienti le proprie connessioni.
È un risultato importante perché le alterazioni delle sinapsi sembrano comparire molto prima della degenerazione vera e propria dei neuroni produttori di dopamina.
«Capire cosa accade prima che un neurone degeneri è fondamentale se vogliamo individuare meccanismi sui quali intervenire nelle fasi più precoci, e idealmente reversibili, della malattia», spiega Greggio.
Dalle cellule staminali ai neuroni umani
Per arrivare a questi risultati il gruppo di Padova ha utilizzato un approccio multidisciplinare che ha combinato biologia molecolare, analisi proteomiche, microscopia ad alta risoluzione ed elettrofisiologia.
Una parte dello studio è stata condotta anche su neuroni umani ottenuti da cellule staminali riprogrammate, una tecnologia che permette di osservare direttamente il comportamento delle cellule nervose in laboratorio.
Il progetto, sostenuto dal programma STARS dell’Università di Padova, proseguirà ora grazie a una collaborazione internazionale con la Northwestern University di Chicago e con il programma globale Aligning Science Across Parkinson’s (ASAP), che studierà il rapporto tra invecchiamento cerebrale, stress ossidativo e alterazioni dei ribosomi nei neuroni maggiormente esposti alla degenerazione.
Oggi le terapie controllano i sintomi, la ricerca vuole rallentare la malattia
Negli ultimi decenni la qualità della vita delle persone con Parkinson è migliorata grazie alle terapie disponibili, a partire dalla levodopa, ancora oggi il trattamento di riferimento.
Con il passare degli anni, tuttavia, possono comparire complicanze motorie come le fluttuazioni della risposta ai farmaci e le discinesie, movimenti involontari che rendono più difficile la gestione della malattia.
Per questo motivo la ricerca sta cercando di fare un passo ulteriore: non limitarsi al controllo dei sintomi, ma intervenire direttamente sui meccanismi biologici responsabili della progressione.
Tra le strategie più promettenti c’è prasinezumab, un anticorpo monoclonale sperimentale diretto contro l’alfa-sinucleina, la proteina che tende ad accumularsi nel cervello delle persone con Parkinson.
Lo studio internazionale di fase III, coordinato in Italia proprio dal professor Stocchi e al quale partecipano gli IRCCS San Raffaele di Roma e Cassino, ha appena completato l’arruolamento di circa 950 pazienti.
L’obiettivo è verificare se intervenire sull’alfa-sinucleina possa rallentare l’evoluzione della malattia e non soltanto alleviarne i sintomi.
Una nuova idea di Parkinson
Le notizie arrivate in questi giorni raccontano quindi due aspetti complementari della stessa storia.
Da un lato la scelta di Dario Franceschini contribuisce a normalizzare il racconto di una malattia ancora troppo spesso circondata da pregiudizi e false convinzioni. Dall’altro, la ricerca continua a spostare sempre più indietro il proprio sguardo, cercando di individuare i meccanismi che rendono vulnerabili i neuroni molto prima della loro perdita definitiva.
È proprio in questa direzione che si gioca oggi una delle sfide più importanti: arrivare a riconoscere il Parkinson nelle sue fasi iniziali e sviluppare terapie capaci non solo di controllarne i sintomi, ma di modificarne realmente la storia naturale.


