HIV, oggi la sfida è il benessere a lungo termine: “La persona deve essere davvero al centro”

Giulia Ippolito
Congresso europeo ICAR

A quarant’anni dall’introduzione dell’AZT, il primo farmaco antiretrovirale, la storia dell’HIV racconta una delle trasformazioni più profonde della medicina contemporanea. Quella che negli anni ’80 era considerata una malattia con poche prospettive di sopravvivenza è diventata oggi, grazie all’evoluzione delle terapie, una condizione cronica gestibile, con aspettative di vita sempre più vicine a quelle della popolazione generale.

Ma se fino a qualche anno fa l’obiettivo principale era controllare il virus, oggi il focus si è spostato molto più avanti: qualità di vita, sostenibilità terapeutica, prevenzione cardiovascolare, salute mentale, invecchiamento e personalizzazione delle cure sono diventati elementi centrali nella gestione delle persone che vivono con HIV.

Sono stati questi alcuni dei temi affrontati durante l’Italian Conference on AIDS and Antiviral Research (ICAR), il congresso che a Catania ha riunito clinici, ricercatori e specialisti impegnati nella lotta all’HIV.

Dalla sopravvivenza alla qualità di vita

“La scelta della prima terapia antiretrovirale è fondamentale, perché la diagnosi rappresenta un momento chiave nella gestione del paziente con HIV”, spiega Valentina Mazzotta, responsabile UOS Counseling Test e Profilassi dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma.

Secondo l’infettivologa, oggi iniziare rapidamente la terapia è essenziale non solo per il singolo paziente, ma anche dal punto di vista della salute pubblica. “L’inizio precoce del trattamento riduce mortalità e morbidità, ma contribuisce anche a ridurre la trasmissione del virus”.

La terapia però non può più essere valutata soltanto sulla base dell’efficacia virologica. “Il regime ideale deve abbassare rapidamente la carica virale, ma anche garantire tollerabilità e sicurezza nel lungo periodo, con pochi eventi avversi e compatibilità con eventuali altre terapie”, sottolinea Mazzotta.

Un tema particolarmente importante in una popolazione che oggi vive più a lungo, lavora, viaggia e convive spesso con altre patologie croniche.

Terapie sostenibili per vite sempre più complesse

Negli ambulatori HIV il profilo delle persone seguite è cambiato profondamente. “Abbiamo giovani che ricevono una diagnosi precoce ma anche persone più anziane”, racconta ancora Mazzotta. “Dobbiamo combinare le esigenze cliniche con quelle della vita quotidiana: lavoro, relazioni, mobilità, salute mentale”.

Per questo, spiegano gli specialisti, il concetto di sostenibilità terapeutica è diventato centrale. Una terapia efficace deve essere compatibile con la vita reale della persona e garantire aderenza anche in contesti complessi.

“La persona deve essere al centro”, ribadisce Mazzotta. “Ci sono fattori sociali, lavorativi, spostamenti continui che possono influenzare l’aderenza. Il nostro compito è offrire la strategia terapeutica migliore per quella specifica condizione di vita”.

HIV e invecchiamento: la nuova sfida clinica

Con l’allungamento dell’aspettativa di vita, uno dei temi emergenti è l’invecchiamento della popolazione con HIV.

“Credo che la parola chiave sia sostenibilità”, spiega Andrea Giacomelli, dirigente medico della SSD Ricerca Clinica Infettivologica dell’ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano. “Le terapie devono essere efficaci, ma anche ben tollerate e sicure nel lungo periodo”.

Ridurre il carico di effetti collaterali e semplificare la gestione terapeutica significa infatti favorire l’aderenza e mantenere il controllo dell’infezione nel tempo.

In questo scenario è diventata sempre più centrale anche la prevenzione cardiovascolare. “Fortunatamente oggi possiamo concentrarci maggiormente sulle complicanze cardiovascolari proprio grazie all’efficacia delle terapie antiretrovirali”, osserva Giacomelli.

Il tema riguarda soprattutto fattori di rischio spesso sottovalutati, non solo nelle persone con HIV ma nella popolazione generale: sedentarietà, alimentazione scorretta e fumo.

“Sono condizioni socialmente accettate ma che incidono fortemente sul rischio cardiovascolare”, sottolinea lo specialista.

Comunicazione, ascolto ed empowerment

Per garantire benessere nel lungo periodo, secondo gli esperti non bastano i farmaci. Serve anche un nuovo approccio relazionale.

“La comunicazione aperta tra medici, operatori sanitari e persone con HIV è fondamentale”, afferma Giacomelli. “Ascolto ed empowerment sono parole chiave”.

Un concetto condiviso anche da Diana Canetti, specialista in Malattie Infettive dell’IRCCS San Raffaele di Milano, che sottolinea come oggi ottimizzare una terapia non significhi soltanto mantenere la soppressione virale.

“È il primo obiettivo, ma non l’unico”, spiega. “Bisogna mettere la persona al centro con tutta la sua storia clinica, le terapie pregresse, eventuali tossicità e le possibili opzioni future”.

Oltre il virus: stare bene con l’HIV

Nelle persone con infezione di lunga durata, le sfide cliniche richiedono ormai un cambio di prospettiva rispetto al passato.

“Va considerato l’inflammation e l’aging di questa popolazione, che tende a invecchiare leggermente più precocemente rispetto alla popolazione generale”, evidenzia Maria Aurora Carleo, dirigente medico dell’UOC Malattie Infettive e Malattie di Genere dell’AORN Cotugno di Napoli.

Per questo, conclude la specialista, la gestione deve tenere insieme molti aspetti: aderenza, qualità di vita, comorbidità e bisogni personali.

“Il vero obiettivo oggi è che il paziente stia bene con l’infezione, con la terapia e con tutto ciò che circonda la persona stessa”.

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