Il diabete di tipo 1 è una delle malattie croniche più conosciute dagli italiani. O almeno così sembra. Perché dietro questa apparente familiarità si nasconde ancora oggi una conoscenza fragile, parziale e spesso distorta da stereotipi e falsi miti.
- Una malattia autoimmune ancora troppo confusa con il diabete di tipo 2
- I numeri del diabete di tipo 1
- I sintomi spesso arrivano quando la malattia è già avanzata
- Gli stadi della malattia: quando il diabete è invisibile ma già presente
- Chi è più a rischio
- Screening e diagnosi precoce: cosa sta cambiando in Italia
- Una malattia che impatta su vita quotidiana, famiglie e lavoro
- Il costo sociale ed economico del diabete di tipo 1
- Nuove terapie e immunodiabetologia: verso una nuova era
È quanto emerge dall’indagine “La conoscenza degli italiani sul diabete di tipo 1”, realizzata da SWG per Sanofi e presentata a Milano durante l’evento “Immunodiabetologia: una nuova era per il diabete di tipo 1”, che ha riunito specialisti, associazioni pazienti ed esperti del settore.
Il dato più emblematico racconta bene il problema: soltanto 1 italiano su 10 riesce a distinguere correttamente il diabete di tipo 1 dal diabete di tipo 2.
Una fotografia che mostra quanto questa patologia autoimmune sia ancora poco compresa, nonostante riguardi circa 300mila persone in Italia e abbia un impatto che va ben oltre il controllo della glicemia.
Una malattia autoimmune ancora troppo confusa con il diabete di tipo 2
Uno dei principali equivoci riguarda proprio la natura della malattia. Quasi la metà degli italiani continua infatti a credere che il diabete di tipo 1 sia legato ad alimentazione scorretta, sovrappeso o cattive abitudini, confondendolo con il diabete di tipo 2.
In realtà il diabete di tipo 1 è una patologia autoimmune: il sistema immunitario attacca erroneamente le cellule beta del pancreas, responsabili della produzione di insulina. Quando queste cellule vengono progressivamente distrutte, l’organismo non riesce più a utilizzare correttamente il glucosio introdotto con l’alimentazione, causando un aumento della glicemia.
A differenza del diabete di tipo 2, dunque, il tipo 1 non dipende dagli stili di vita. Può comparire in età pediatrica, adolescenziale ma anche adulta e, ad oggi, richiede necessariamente terapia insulinica per tutta la vita.
Eppure i luoghi comuni restano molto radicati. Tre italiani su quattro continuano ad associarlo esclusivamente all’infanzia, parlando ancora di “diabete dei bambini”, nonostante oggi sia noto che la malattia possa manifestarsi a qualsiasi età.
I numeri del diabete di tipo 1
In Italia il diabete di tipo 1 rappresenta circa il 10% di tutti i casi di diabete. Le persone che convivono con questa malattia sono circa 300mila, ma il peso della patologia continua a crescere anche a livello globale.
Nel mondo si stimano oggi circa 9,2 milioni di persone affette da diabete di tipo 1 e, secondo le proiezioni, entro il 2040 si potrebbero superare i 17 milioni di casi.
L’incidenza è particolarmente significativa in età pediatrica: solo nel 2021 in Italia si sono registrati 26,7 nuovi casi ogni 100mila bambini. Numeri che spiegano perché il tema della diagnosi precoce sia diventato sempre più centrale nel dibattito scientifico e sanitario.
I sintomi spesso arrivano quando la malattia è già avanzata
Uno degli aspetti più critici riguarda proprio la tempistica della diagnosi.
I sintomi del diabete di tipo 1 – sete intensa, aumento della minzione, perdita di peso improvvisa, fame eccessiva, forte stanchezza, dolori addominali e difficoltà respiratorie – compaiono generalmente quando la malattia è già in una fase avanzata, cioè quando il pancreas non riesce più a produrre una quantità sufficiente di insulina.
Questo significa che la diagnosi arriva spesso in ritardo, talvolta in condizioni di emergenza. Secondo i dati presentati, circa il 40% delle diagnosi avviene tardivamente e il 43,2% dei nuovi casi viene identificato in presenza di chetoacidosi diabetica, una complicanza acuta potenzialmente fatale che può richiedere ricovero ospedaliero urgente.
La chetoacidosi si sviluppa quando, in assenza di insulina, l’organismo utilizza i grassi come fonte di energia producendo chetoni che rendono il sangue acido. Una condizione che può portare a disidratazione, squilibri metabolici, coma e, nei casi più gravi, morte.
Gli stadi della malattia: quando il diabete è invisibile ma già presente
Negli ultimi anni la ricerca ha cambiato profondamente il modo di interpretare il diabete di tipo 1.
Oggi la malattia viene descritta come un percorso progressivo articolato in diversi stadi, che iniziano molto prima della comparsa dei sintomi.
Nel primo stadio il processo autoimmune è già attivo: nel sangue sono presenti autoanticorpi contro le cellule beta pancreatiche, ma la glicemia è ancora normale e la persona non avverte alcun sintomo.
Nel secondo stadio iniziano invece ad apparire alterazioni glicemiche, pur in assenza di manifestazioni cliniche evidenti. È una fase di transizione molto delicata, perché il rischio di progressione verso la malattia conclamata diventa elevatissimo.
Il terzo stadio coincide con l’esordio clinico vero e proprio: compaiono iperglicemia e sintomi tipici della malattia, ed è qui che avviene la maggior parte delle diagnosi.
Infine esiste una fase cronica avanzata, caratterizzata dalla quasi totale distruzione delle cellule beta pancreatiche e dal rischio di complicanze a lungo termine che possono coinvolgere occhi, reni, sistema nervoso e apparato cardiovascolare.
Chi è più a rischio
Sebbene il diabete di tipo 1 non sia prevenibile, esistono alcuni fattori che aumentano il rischio di sviluppare la malattia.
Tra questi, avere un familiare di primo grado – come genitori, fratelli o figli – con diabete di tipo 1, convivere con altre malattie autoimmuni come celiachia o tiroiditi autoimmuni, oppure presentare alterazioni della glicemia.
Elementi che oggi assumono un ruolo sempre più importante anche alla luce dei nuovi programmi di screening e della possibilità di identificare la malattia nelle fasi iniziali.
Screening e diagnosi precoce: cosa sta cambiando in Italia
Proprio la diagnosi precoce rappresenta oggi una delle grandi sfide ma anche una delle maggiori opportunità della diabetologia.
Intercettare il diabete di tipo 1 prima della comparsa dei sintomi significa infatti ridurre il rischio di esordi improvvisi e complicanze acute, accompagnando gradualmente pazienti e famiglie verso una gestione più consapevole della malattia.
In questa direzione si inserisce il programma nazionale di screening pediatrico previsto dalla Legge 130/2023 e avviato nel 2024 con il progetto pilota D1Ce in quattro regioni italiane.
Lo screening viene effettuato attraverso poche gocce di sangue prelevate dal polpastrello e consente di individuare la presenza degli autoanticorpi associati al diabete di tipo 1 prima ancora della comparsa dei sintomi.
Un cambio di paradigma importante, perché permette di passare da una diagnosi reattiva, spesso tardiva e traumatica, a un approccio proattivo e preventivo.
“Oggi sappiamo che il diabete di tipo 1 attraversa diversi stadi prima di manifestarsi clinicamente”, ha spiegato Raffaella Buzzetti, presidente SID. “Questo ci offre la grande opportunità di intervenire prima, quando la malattia è ancora silente”.

Una malattia che impatta su vita quotidiana, famiglie e lavoro
Il diabete di tipo 1 non è soltanto una malattia da gestire clinicamente. È una condizione che modifica profondamente la vita quotidiana delle persone e delle loro famiglie.
La gestione costante della glicemia, della terapia insulinica e degli episodi di ipoglicemia ha infatti un impatto fisico, psicologico, relazionale e lavorativo molto importante.
Secondo i dati presentati, il 22% delle persone con diabete di tipo 1 sperimenta elevati livelli di distress diabetico, una condizione psicologica associata a peggior controllo glicemico e riduzione della qualità di vita.
Particolarmente vulnerabili sono bambini e adolescenti, che hanno un rischio doppio di sviluppare disturbi della salute mentale rispetto ai coetanei sani.
Anche le famiglie vivono un forte impatto emotivo: il 59% dei genitori presenta livelli significativi di ansia dopo la diagnosi del figlio e oltre uno su cinque sviluppa sintomi depressivi. In molti casi i caregiver, soprattutto le madri, sono costretti a ridurre o interrompere il lavoro per assistere il proprio familiare.
“L’esordio del diabete di tipo 1 rappresenta spesso un momento traumatico che arriva senza preavviso”, ha spiegato Fabiano Marra, presidente di Diabete Italia. “A questo si aggiunge il peso della disinformazione, che può generare incomprensione ed emarginazione”.
Il costo sociale ed economico del diabete di tipo 1
Accanto all’impatto umano esiste anche un peso economico enorme.
Secondo le stime, il costo sociale complessivo del diabete di tipo 1 in Italia supera i 2,2 miliardi di euro all’anno. Di questi, circa 1,6 miliardi ricadono direttamente sul Servizio Sanitario Nazionale.
Oltre la metà dei costi è legata ai trattamenti e al follow-up della malattia, mentre una quota significativa deriva dalla gestione delle complicanze e dalla perdita di produttività lavorativa.
Il 21% dei costi sociali complessivi è infatti collegato a riduzione dell’attività lavorativa, assistenza sociale e minori opportunità educative.
Anche la prognosi a lungo termine resta un tema importante: quando il diabete di tipo 1 viene diagnosticato prima dei 10 anni, si stima una riduzione dell’aspettativa di vita di circa 16 anni rispetto alla popolazione generale.
Nuove terapie e immunodiabetologia: verso una nuova era
L’evento promosso da Sanofi ha acceso i riflettori anche sulle nuove prospettive terapeutiche.
La ricerca scientifica sta infatti lavorando su terapie disease-modifying, trattamenti innovativi studiati per modulare la risposta autoimmune responsabile della distruzione delle cellule beta pancreatiche.
L’obiettivo non è più soltanto trattare il diabete dopo l’esordio clinico, ma intervenire nelle fasi iniziali della malattia per rallentarne la progressione e modificarne il decorso.
“Siamo di fronte a una nuova era per il diabete di tipo 1”, ha dichiarato Gilda Stivali, Medical Head General Medicines Sanofi. “Una nuova fase che passa dalla ricerca scientifica, ma anche da un diverso modo di raccontare e comprendere la malattia”.



