Sono circa 117mila le donne che, in Italia, convivono con un tumore dell’endometrio (o corpo dell’utero). Ogni anno, si contano circa 9mila nuovi casi, di cui oltre il 90% è rappresentato da signore over50. Sebbene rappresenti la quarta neoplasia più diffusa tra la popolazione femminile – dopo seno, colon, polmone – non esistono strumenti di prevenzione o test di screening dedicati.
Oggi, però, l’arrivo di una nuova combinazione terapeutica offre una speranza concreta. L’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha approvato l’estensione dell’indicazione in prima linea dell’immunoterapia a base di dostarlimab in unione con la chemioterapia standard, per le pazienti «con carcinoma dell’endometrio primario avanzato o ricorrente con deficit del sistema di mismatch repair (dMMR) ed elevata instabilità dei microsatelliti (MSI-H), candidate alla terapia sistemica». Un passo importante, in quanto – come dimostrato dallo studio RUBY – l’accostamento tra dostarlimab e chemioterapia (rispetto alla sola chemioterapia) riduce del 72% il rischio di progressione e del 68% quello di morte.
Lo studio RUBY
L’efficacia della nuova combinazione terapeutica è stata accertata dallo studio RUBY, che ha esaminato 118 pazienti con carcinoma endometriale primario avanzato o ricorrente dMMR/MSI-H e con un follow up – in media – di oltre due anni.
Nello specifico, si è visto che – dopo due anni – il 61,4% delle pazienti dMMR/MSI-H curate con dostarlimab e chemioterapia era libero da progressione o morte (percentuale che, nelle donne trattate con la sola chemioterapia, scendeva al 15,7%) e che – dopo tre anni – il 78% delle pazienti trattate con dostarlimab e chemioterapia era ancora vivo (rispetto al 46% delle donne curate solo con chemioterapia).
«Il RUBY ha rilevato che, nelle pazienti dMMR/MSI-H sottoposte alla combinazione, c’è una riduzione del 72% del rischio di progressione della malattia e del 68% di quello di morte – spiega Domenica Lorusso, Direttrice del programma di ginecologia oncologica dell’Humanitas San Pio X a Milano –. Percentuali del genere rappresentano un traguardo enorme, inimmaginabile prima d’ora: le curve del RUBY ci mostrano che stiamo finalmente riuscendo a guarire le nostre donne».
Cos’è il tumore dell’endometrio
Con il 75%-80% rappresentato da adenocarcinomi (sviluppati a partire dalle cellule ghiandolari) e il 5% da sarcomi (sviluppati a partire dal tessuto connettivo e muscolare liscio), il tumore dell’endometrio interessa il corpo dell’utero ed è estremamente diffuso soprattutto tra le donne in post menopausa. Si tratta di una delle poche neoplasie che – negli ultimi anni, a causa dell’allungamento della vita media, dei mutamenti degli stili alimentari e dell’utilizzo di terapie a base di estrogeni – ha registrato un aumento in incidenza e mortalità.
Tra i numerosi i fattori di rischio, oltre a età, obesità e diabete, giocano un ruolo anche l’eccessiva esposizione a terapie ormonali a base di estrogeni, la familiarità e l’ereditarietà (per esempio, la Sindrome di Lynch è una condizione ereditaria che aumenta il rischio di tumore al colon e all’endometrio). La diagnosi è abbastanza semplice (poiché legata a un sintomo precoce, il sanguinamento anomalo in pre e postmenopausa), mentre non esistono screening o strumenti di prevenzione dedicati.
Ma oggi, il nuovo via libera di AIFA fa finalmente tirare un vento di ottimismo. «Nel campo dei tumori ginecologici, ci troviamo davanti a una rivoluzione epocale – dice Nicoletta Cerana, Presidente di ACTO Italia-Alleanza contro il tumore ovarico –. Dopo i successi della medicina personalizzata nella cura del tumore ovarico, questa opportunità terapeutica apre nuove speranze di vita, non solo alle pazienti donne ma anche ai loro familiari…Non è certo un caso se si dice “quando sta bene la donna, sta bene la società!”».
di Lavinia Sdoga



