Tumore dell’endometrio: una nuova combinazione terapeutica diminuisce i rischi di progressione

Francesco Ciavorella

Sono circa 117mila le donne che, in Italia, convivono con un tumore dell’endometrio (o corpo dell’utero). Ogni anno, si contano circa 9mila nuovi casi, di cui oltre il 90% è rappresentato da signore over50. Sebbene rappresenti la quarta neoplasia più diffusa tra la popolazione femminile – dopo seno, colon, polmone – non esistono strumenti di prevenzione o test di screening dedicati.
Oggi, però, l’arrivo di una nuova combinazione terapeutica offre una speranza concreta. L’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha approvato l’estensione dell’indicazione in prima linea dell’immunoterapia a base di dostarlimab in unione con la chemioterapia standard, per le pazienti «con carcinoma dell’endometrio primario avanzato o ricorrente con deficit del sistema di mismatch repair (dMMR) ed elevata instabilità dei microsatelliti (MSI-H), candidate alla terapia sistemica». Un passo importante, in quanto – come dimostrato dallo studio RUBY – l’accostamento tra dostarlimab e chemioterapia (rispetto alla sola chemioterapia) riduce del 72% il rischio di progressione e del 68% quello di morte.

Lo studio RUBY
L’efficacia della nuova combinazione terapeutica è stata accertata dallo studio RUBY, che ha esaminato 118 pazienti con carcinoma endometriale primario avanzato o ricorrente dMMR/MSI-H e con un follow up – in media – di oltre due anni.
Nello specifico, si è visto che – dopo due anni – il 61,4% delle pazienti dMMR/MSI-H curate con dostarlimab e chemioterapia era libero da progressione o morte (percentuale che, nelle donne trattate con la sola chemioterapia, scendeva al 15,7%) e che – dopo tre anni – il 78% delle pazienti trattate con dostarlimab e chemioterapia era ancora vivo (rispetto al 46% delle donne curate solo con chemioterapia).
«Il RUBY ha rilevato che, nelle pazienti dMMR/MSI-H sottoposte alla combinazione, c’è una riduzione del 72% del rischio di progressione della malattia e del 68% di quello di morte – spiega Domenica Lorusso, Direttrice del programma di ginecologia oncologica dell’Humanitas San Pio X a Milano –. Percentuali del genere rappresentano un traguardo enorme, inimmaginabile prima d’ora: le curve del RUBY ci mostrano che stiamo finalmente riuscendo a guarire le nostre donne».

Cos’è il tumore dell’endometrio
Con il 75%-80% rappresentato da adenocarcinomi (sviluppati a partire dalle cellule ghiandolari) e il 5% da sarcomi (sviluppati a partire dal tessuto connettivo e muscolare liscio), il tumore dell’endometrio interessa il corpo dell’utero ed è estremamente diffuso soprattutto tra le donne in post menopausa. Si tratta di una delle poche neoplasie che – negli ultimi anni, a causa dell’allungamento della vita media, dei mutamenti degli stili alimentari e dell’utilizzo di terapie a base di estrogeni – ha registrato un aumento in incidenza e mortalità.
Tra i numerosi i fattori di rischio, oltre a età, obesità e diabete, giocano un ruolo anche l’eccessiva esposizione a terapie ormonali a base di estrogeni, la familiarità e l’ereditarietà (per esempio, la Sindrome di Lynch è una condizione ereditaria che aumenta il rischio di tumore al colon e all’endometrio). La diagnosi è abbastanza semplice (poiché legata a un sintomo precoce, il sanguinamento anomalo in pre e postmenopausa), mentre non esistono screening o strumenti di prevenzione dedicati.
Ma oggi, il nuovo via libera di AIFA fa finalmente tirare un vento di ottimismo. «Nel campo dei tumori ginecologici, ci troviamo davanti a una rivoluzione epocale – dice Nicoletta Cerana, Presidente di ACTO Italia-Alleanza contro il tumore ovarico –. Dopo i successi della medicina personalizzata nella cura del tumore ovarico, questa opportunità terapeutica apre nuove speranze di vita, non solo alle pazienti donne ma anche ai loro familiari…Non è certo un caso se si dice “quando sta bene la donna, sta bene la società!”».

di Lavinia Sdoga

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