Intelligenza artificiale applicata alla diagnostica, strumenti per misurare l’equità di accesso alle cure, modelli predittivi per programmare meglio il sistema sanitario. Sono questi i temi al centro dei primi tre progetti finanziati dal programma “30×30” di Fondazione Lilly.
Il progetto, lanciato nel 2025, prevede un investimento di oltre 1,5 milioni di euro per finanziare 30 dottorati di ricerca in 30 università italiane nei prossimi dieci anni, con un focus sulle grandi sfide della sanità pubblica: innovazione, sostenibilità, accesso alle cure e governance sanitaria.
Oltre 80 candidature da tutta Italia
La prima edizione del programma ha raccolto più di 80 progetti provenienti da 12 regioni italiane, dal Lazio alla Lombardia, passando per Toscana, Veneto, Campania, Emilia-Romagna, Sicilia e Sardegna. Un dato che, secondo la Fondazione, fotografa non solo la vitalità del sistema accademico italiano, ma anche la crescente necessità di costruire una collaborazione più strutturata tra università, ricerca e sistema sanitario.
I progetti sono stati valutati dal Comitato Consultivo della Fondazione Lilly sulla base di tre criteri principali: qualità scientifica, innovazione e solidità del percorso formativo.
I tre progetti vincitori
I primi bandi finanziati affrontano tre ambiti considerati strategici per il futuro del SSN.
Per il filone dedicato all’intelligenza artificiale nella diagnostica e nella personalizzazione delle cure, il progetto vincitore è quello dell’Università di Pavia, che punta a sviluppare sistemi di intelligenza artificiale generativa per supportare la diagnosi differenziale e la pianificazione terapeutica personalizzata.
Sul fronte dell’equità di accesso alle cure, è stata premiata l’Università Roma Tre con un progetto dedicato allo sviluppo di un sistema di monitoraggio dell’equità sanitaria, tema sempre più centrale in un contesto segnato da differenze territoriali e disuguaglianze nell’accesso ai percorsi assistenziali.
Il terzo progetto vincitore riguarda invece l’utilizzo dei modelli predittivi nella programmazione sanitaria ed è stato assegnato all’Università di Milano-Bicocca, con l’obiettivo di sviluppare strumenti data-driven per migliorare la pianificazione delle risorse e dei servizi sanitari.
Formare nuove competenze per il SSN del futuro
Dietro il programma 30×30 c’è un tema più ampio: la necessità di investire in competenze nuove per affrontare le trasformazioni della sanità italiana.
L’Italia, infatti, continua a registrare uno dei tassi più bassi di dottorati di ricerca tra i Paesi OCSE, soprattutto nei settori legati alle politiche sanitarie, all’economia della salute e alla governance dei sistemi sanitari. Secondo i dati riportati dalla Fondazione, nel nostro Paese si contano circa 9 dottorati ogni 10mila abitanti nella fascia 25-34 anni, contro i 20 della Germania.
L’obiettivo dichiarato del progetto è quindi costruire nel tempo una nuova classe di ricercatori e professionisti in grado di tradurre evidenze scientifiche, dati e innovazione in modelli concreti per migliorare sostenibilità, efficienza ed equità del sistema sanitario.
“Siamo felici e orgogliosi che questa prima edizione abbia registrato una partecipazione così ampia e di alto profilo scientifico”, ha dichiarato Federico Villa, Direttore Generale della Fondazione Lilly per l’Italia. “Promuovere una cultura condivisa che riconosca il valore della ricerca significa investire direttamente nella salute delle persone e nella sostenibilità del sistema sanitario di domani”.
Dalla ricerca alle politiche sanitarie
Uno degli aspetti centrali del programma riguarda proprio il tentativo di avvicinare il mondo accademico alle politiche sanitarie concrete. La Fondazione ha annunciato infatti la volontà di creare una piattaforma stabile di confronto tra istituzioni, università, professionisti e partner del sistema salute, per trasformare i risultati dei dottorati in proposte operative e modelli organizzativi applicabili.
Tra i temi che verranno affrontati nei prossimi anni ci saranno anche l’accesso precoce alle terapie innovative, la riduzione delle disuguaglianze territoriali, la digitalizzazione dei processi sanitari e le partnership pubblico-private.
Un investimento che, secondo le stime della Fondazione, potrebbe generare un ritorno economico superiore ai 5 milioni di euro, grazie all’impatto sull’innovazione sanitaria, sull’equità di accesso alle cure e sulla capacità di attrarre fondi europei e internazionali.
In un sistema sanitario chiamato a confrontarsi con cronicità, invecchiamento della popolazione e sostenibilità economica, il tema delle competenze e della ricerca applicata alla governance sanitaria sembra quindi diventare sempre più centrale.



