Bandi Gilead, 15 anni di progetti per innovare ricerca, assistenza e salute

Giulia Ippolito

Dall’intelligenza artificiale applicata alla ricerca clinica alla medicina di genere, dall’integrazione tra ospedale e territorio al supporto a pazienti e caregiver: in quindici anni quasi 800 progetti hanno ricevuto un sostegno attraverso Fellowship Program e Community Award Program. Un’esperienza che riporta al centro il tema di come trasformare l’innovazione in benefici concreti e sostenibili per il sistema salute.

Innovare in sanità non significa soltanto sviluppare nuove tecnologie o produrre nuove conoscenze scientifiche. Significa anche riuscire a trasformare queste opportunità in percorsi di cura più efficaci, servizi più vicini alle persone e modelli organizzativi capaci di rispondere ai bisogni che cambiano.

È questo il tema al centro della 15ª edizione dei Bandi Gilead, che quest’anno ha sostenuto 62 progetti, per un finanziamento complessivo di oltre 1,2 milioni di euro. Le iniziative riguardano le malattie infettive, epatiche, oncologiche e oncoematologiche e comprendono sia progetti medico-scientifici sia interventi promossi da associazioni di pazienti ed enti del Terzo settore.

Dal 2011 a oggi sono quasi 800 i progetti sostenuti, con un investimento complessivo superiore ai 19 milioni di euro. Numeri che permettono di osservare un’evoluzione: accanto alla ricerca scientifica, l’innovazione riguarda sempre più anche l’organizzazione dell’assistenza e la capacità di costruire risposte intorno ai bisogni delle persone.

Dalla ricerca all’assistenza

Tra i progetti premiati nell’edizione 2026 trovano spazio l’intelligenza artificiale applicata alla ricerca clinica, le tecnologie digitali, la medicina di genere e i percorsi di integrazione tra ospedale e territorio.

Ma innovazione significa anche lavorare sulla prevenzione, sull’informazione e sull’orientamento dei pazienti. È il terreno sul quale operano le iniziative del Community Award Program, che coinvolgono associazioni di pazienti e organizzazioni del Terzo settore.

«L’innovazione assistenziale e organizzativa nasce dall’ascolto profondo dei bisogni reali delle persone», sottolinea Guendalina Graffigna, Professore Ordinario e Direttore dell’EngageMinds HUB dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Cremona. Il coinvolgimento diretto di pazienti e caregiver, spiega, permette di tradurre questa conoscenza in interventi di prevenzione, informazione, orientamento e supporto personalizzato.

È un passaggio importante perché la qualità dell’innovazione non si misura soltanto nella novità di una soluzione, ma anche nella sua capacità di essere utilizzata e di produrre un beneficio reale per chi entra in contatto con il sistema sanitario.

Guarda la video intervista QUI.

Il valore della ricerca e delle nuove competenze

Un altro elemento riguarda la ricerca indipendente e il ricambio generazionale. Il Fellowship Program sostiene progetti medico-scientifici e rappresenta, secondo Massimo Andreoni, Professore Emerito di Malattie Infettive all’Università Tor Vergata di Roma e Presidente della Commissione Giudicatrice del programma, un’opportunità per valorizzare idee e competenze delle nuove generazioni di ricercatori.

Per mantenere competitivo il sistema della ricerca, sottolinea Andreoni, diventa quindi fondamentale investire nelle competenze, offrire opportunità ai giovani, semplificare i processi e rendere attrattivi i centri di ricerca italiani.

La sfida, dunque, non riguarda soltanto la disponibilità di nuove tecnologie o risorse, ma la capacità del sistema di creare le condizioni perché l’innovazione possa essere sviluppata, adottata e mantenuta nel tempo.

Innovazione e accesso alle cure

A questo si aggiunge il tema dell’equità. Innovare significa infatti anche evitare che le opportunità offerte dal digitale, dalla prevenzione o dai nuovi modelli assistenziali siano disponibili soltanto in alcuni territori o per alcune categorie di cittadini.

È il punto richiamato da Simona Loizzo, componente della XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, secondo cui l’innovazione sanitaria deve tradursi in percorsi concreti di presa in carico, contribuendo a superare le disuguaglianze territoriali e a garantire pari diritti di salute.

Una prospettiva particolarmente rilevante in una fase in cui il sistema sanitario è chiamato a gestire bisogni sempre più complessi, dall’invecchiamento della popolazione alla cronicità, fino alla necessità di integrare maggiormente ospedale, territorio e servizi di prossimità.

I quindici anni dei Bandi rappresentano così anche l’occasione per riportare il dibattito su una domanda più ampia: come fare in modo che la ricerca e l’innovazione non rimangano esperienze isolate, ma diventino parte stabile di un sistema capace di migliorare prevenzione, assistenza e qualità delle cure?

La risposta passa dalla collaborazione tra competenze diverse: ricerca, professionisti sanitari, istituzioni, associazioni di pazienti e Terzo settore. Ed è proprio nella capacità di mettere in relazione questi attori che l’innovazione può trasformarsi da progetto a cambiamento concreto.

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