Dalla riabilitazione allo sport paralimpico: nuove prospettive dopo una lesione midollare

Giulia Ippolito

Dopo una lesione midollare la prima domanda dei pazienti arriva quasi sempre subito: “Dottore, tornerò a camminare?”. È il momento in cui la vita sembra fermarsi e il percorso di riabilitazione comincia tra paure, incertezze e aspettative.

Con il passare del tempo, però, può emergere una domanda diversa, che segna un cambiamento profondo: “Potrò tornare a fare sport?”. È proprio in questo passaggio che la riabilitazione smette di essere soltanto un tentativo di recuperare ciò che è stato perso e diventa qualcosa di nuovo.

«È il momento in cui iniziamo a cercare non solo ciò che una persona può recuperare, ma ciò che può ancora diventare», spiega Giorgio Felzani, direttore dell’Unità Spinale del San Raffaele di Sulmona.

Una nuova prospettiva della medicina riabilitativa

Negli ultimi anni la medicina riabilitativa ha cambiato profondamente approccio. Il percorso che inizia nelle unità spinali non riguarda più soltanto il recupero dell’autonomia nelle attività quotidiane, ma punta sempre più spesso a costruire nuove strategie motorie e nuove prospettive di vita.

Molti dei pazienti che arrivano nei centri di riabilitazione sono giovani che conducevano una vita attiva anche dal punto di vista sportivo. La diagnosi e le conseguenze della lesione rappresentano quindi uno shock improvviso.

«Quando arrivano da noi vediamo subito le loro paure», racconta Felzani. «Molti sono ragazzi che praticavano sport e che si trovano improvvisamente a confrontarsi con una realtà completamente diversa».

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Tecnologia e ricerca nella riabilitazione

A cambiare le prospettive della riabilitazione sono stati anche i progressi della ricerca scientifica. L’integrazione tra robotica riabilitativa, biomeccanica e sistemi avanzati di valutazione funzionale consente oggi di analizzare con maggiore precisione le potenzialità motorie residue dei pazienti.

«Grazie alle tecnologie robotiche e ad analisi fisiologiche avanzate, come lo studio del consumo di ossigeno, possiamo definire con maggiore precisione le possibilità di recupero motorio nei pazienti paraplegici», spiega Felzani. «In alcuni casi questo permette anche di valutare l’avvio di un’attività sportiva fino ai livelli agonistici».

Quando emerge il potenziale atletico

È proprio durante il percorso riabilitativo che talvolta emerge un passaggio decisivo: il momento in cui il lavoro terapeutico non si limita più a recuperare funzioni, ma inizia a riconoscere un possibile talento sportivo.

«Lo capiamo quando incontriamo pazienti con una motivazione particolarmente elevata e un forte coinvolgimento nell’attività riabilitativa», sottolinea il fisiatra. «Se i risultati sono significativi possiamo coinvolgere anche i tecnici federali delle discipline paralimpiche e valutare un percorso sportivo dedicato».

Il cammino, però, resta complesso. La riabilitazione dopo una lesione midollare richiede uno sforzo fisico e psicologico importante, in cui la dimensione mentale gioca un ruolo decisivo.

Lo sport come strumento di autonomia

Per molti pazienti lo sport rappresenta molto più di un obiettivo agonistico. Può diventare uno strumento fondamentale per recuperare autonomia, identità e integrazione sociale.

«Di fronte a una difficoltà enorme questi ragazzi riescono spesso a tirare fuori risorse straordinarie», osserva Felzani. «Lo sport aiuta a ritrovare fiducia nelle proprie capacità e un nuovo senso di appartenenza».

In alcuni casi il percorso iniziato in un reparto di riabilitazione può portare molto più lontano del previsto, fino alle competizioni internazionali.

«La riabilitazione comincia quasi sempre con una perdita», conclude Felzani. «Ma a volte, straordinariamente, può finire con una gara».

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