Quando si esce la sera, soprattutto in luoghi affollati come discoteche o locali notturni, la paura che qualcuno possa alterare il proprio drink è diventata una preoccupazione reale, soprattutto per molte donne. Negli ultimi mesi sono comparsi sul mercato braccialetti “salva-drink” che promettono di individuare la presenza di droghe nelle bevande attraverso un semplice cambio di colore. Un’idea rassicurante, almeno sulla carta. Ma quanto sono davvero affidabili?
Secondo uno studio del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblicato come lettera al direttore sulla rivista Clinical Chemistry and Laboratory Medicine, questi dispositivi presentano ancora limiti importanti che ne riducono l’efficacia. I test risultano infatti abbastanza affidabili nel rilevare la ketamina, ma poco o per nulla efficaci per molte altre sostanze comunemente associate allo spiking.
Dalla ricerca emerge che uno dei principali problemi riguarda proprio il cambio di colore, su cui si basa il funzionamento dei braccialetti. Il colore delle bevande, l’illuminazione scarsa e intermittente tipica dei locali notturni, la difficoltà nel distinguere con chiarezza una tonalità dall’altra e una sensibilità non sempre adeguata rendono il risultato spesso ambiguo. Tutti elementi che, allo stato attuale, ne limitano un utilizzo affidabile su larga scala.
“Il colore è uno dei punti più critici di questi dispositivi”, spiega Simona Pichini, direttrice del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’ISS. “In ambienti con luce ridotta o cangiante, come le discoteche, il passaggio da una colorazione all’altra può non essere percepito in modo chiaro. Un segnale simbolico, come un segno positivo, sarebbe probabilmente più immediato e inequivocabile”.
Il contesto in cui questi strumenti sono stati sviluppati è quello dello spiking, ovvero l’aggiunta deliberata di una sostanza a una bevanda senza il consenso della persona che la sta consumando, con l’obiettivo di comprometterne le capacità cognitive o fisiche. Una pratica che costituisce a tutti gli effetti una forma di violenza sessuale e contro la quale, negli ultimi anni, si è cercato di mettere a punto strumenti di prevenzione rapidi e facilmente utilizzabili.
Per valutare l’affidabilità reale di questi dispositivi, le ricercatrici dell’ISS hanno testato due diverse tipologie di braccialetti presenti in commercio, verificandone la capacità di individuare sostanze come GHB, ketamina, scopolamina, cocaina, MDMA e benzodiazepine. I test di laboratorio sono stati condotti su bevande alcoliche comunemente consumate nei contesti ricreativi: vino bianco, spumante, gin e cocktail amari e colorati.
I risultati mostrano che, mentre la ketamina produceva un cambiamento di colore netto e riconoscibile, in particolare nei cocktail a base di gin, per altre sostanze il segnale risultava poco definito o assente. Il viraggio dal rosa al blu previsto per il GHB, ad esempio, era spesso difficile da interpretare, mentre benzodiazepine e MDMA non venivano rilevate. In alcuni casi, come con cocktail al limone o all’arancia, si sono verificati falsi positivi, mentre per la cocaina è stato necessario ripetere il test più volte.
Nel complesso, lo studio evidenzia che questi braccialetti rappresentano un’idea promettente, ma non ancora uno strumento affidabile su cui fare pieno affidamento. Migliorarne la chiarezza di lettura, la sensibilità e il sistema di segnalazione potrebbe essere un passo fondamentale per trasformarli da semplice supporto psicologico a reale strumento di prevenzione.
di Irma D’Aria



