Le parole, a volte, possono essere più pesanti che pietre: più del peso sulla bilancia, più dei chili sul corpo. Possono ferire e lasciare segni profondi, colpire e impattare la mente e il cuore di chi soffre. Qual è effettivamente l’impatto del linguaggio sull’identità e sulla salute di chi vive con obesità? Quali sono i pregiudizi, gli stereotipi o le false idee che possono essere veicolate attraverso parole poco attente e sensibili alla sofferenza e condizione altrui?
A queste e altre domande hanno provato a risponderci Iris Zani, presidente di Amici Obesi Onlus e FIAO, ed Edoardo Mocini, medico chirurgo specialista in Scienze dell’Alimentazione, nel secondo episodio del podcast “Oltre il peso. Voci che raccontano corpi, vite e percorsi di salute”, realizzato da Medikea per la Federazione Italiana Associazioni Obesità (FIAO) con il contributo non condizionato di Eli Lilly.
Il titolo – “Il linguaggio che pesa – Come le parole ci feriscono” – dice già tutto. Un riflessione su quanto il giudizio, anche involontario, possa ferire e ostacolare il percorso di cura e guarigione.
Ascolta l’episodio qui:
https://open.spotify.com/episode/4YhgFytN4o3VFquR5oYBV9
«Era l’ultimo giorno di Carnevale e, mentre scendevo dal pullman, un mio coetaneo mi urlò “Oggi è la tua festa”– racconta Iris Zani –. Quella fu la frase che mi colpì più di tutte: nel corso degli anni me ne sono state dette tante, ma quella è stata così forte che le ha cancellate tutte».
Una testimonianza che afferma quanto il linguaggio abbia un potere immenso: a volte salvifico, ma anche totalmente distruttivo. Le parole ostili – quelle dette da un medico frettoloso, da un parente in buona fede o da uno sconosciuto sui social – funzionano, infatti, proprio così: restano lì, si riflettono dentro di noi e piano piano diventano la nostra voce interiore.
Ed è questo che può succedere in chi soffre di obesità. Una malattia che viene spesso vista con stigma, rifiuto, disprezzo: sentimenti oscuri e negativi, di cui le parole possono farsi da portavoce. «Tra i professionisti sanitari che si occupano di disturbi dell’alimentazione e anche tra i professionisti sanitari che si occupano di trattamento dell’obesità è presente lo stigma verso questa malattia. Lo sappiamo con certezza, perché è stato misurato scientificamente – dice Mocini –. Quello che i medici possono fare è mettersi in ascolto, cioè fare domande ai pazienti ma poi ascoltare le loro risposte, e soprattutto cercare di affrontare lo stigma che è dentro di loro, il che significa affrontare un problema prima di tutto culturale».
Perché le parole possono essere ostili, ma anche uno strumento di ascolto, empatia e cambiamento. Un episodio fatto di emozioni, memoria e consapevolezza. Perché il linguaggio non è neutro: può essere uno specchio distorto…o una carezza.
di Lavinia Sdoga



