Nati per aiutare le persone con diabete a controllare la glicemia, diventati famosi per la loro capacità di favorire il dimagrimento, oggi potrebbero avere un ruolo anche nella protezione di altri organi, dal cuore al fegato, fino al cervello. È il percorso, ancora in piena evoluzione, dei farmaci per dimagrire della famiglia dei GLP-1, come semaglutide, e delle molecole più recenti, come tirzepatide. Medicinali che stanno modificando non soltanto il trattamento dell’obesità, ma anche il modo di affrontare alcune malattie legate al metabolismo.
- Dalle iniezioni alle pillole: che cosa sta cambiando
- Retatrutide, il farmaco per dimagrire che agisce su tre ormoni
- Non soltanto dimagrimento: i benefici per il cuore
- Fegato grasso: perché il peso conta, ma non è tutto
- Menopausa e ovaio policistico: nuove prospettive per le donne
- Alzheimer e malattie neurologiche: una promessa ancora da verificare
- Guarda la video-intervista qui
- La sfida dei muscoli: perdere peso senza perdere forza
- Che cosa succede quando si sospendono i farmaci?
La domanda, ormai, non è più soltanto quanti chili si possano perdere, ma quali benefici di salute si possano ottenere e soprattutto mantenere negli anni. Di queste nuove prospettive si è discusso a Roma durante il secondo workshop “Incretine e salute metabolica: rivoluzione di cura per sovrappeso, obesità e patologie correlate”, che ha riunito specialisti di endocrinologia, cardiologia, epatologia, reumatologia e altre discipline. Un confronto che ha messo in evidenza sia i benefici già documentati sia le possibilità ancora da verificare attraverso la ricerca.
Dalle iniezioni alle pillole: che cosa sta cambiando
Uno dei cambiamenti più attesi riguarda la modalità di somministrazione. Se molte delle terapie più conosciute vengono utilizzate attraverso iniezioni, la ricerca sta sviluppando nuove formulazioni orali, potenzialmente più semplici da assumere. “Tra le novità più importanti che saranno disponibili in un futuro molto vicino in Italia ci sono le pillole antiobesità e il triplo agonista retatrutide”, spiega Andrea Fabbri, professore di Endocrinologia all’Università di Roma Tor Vergata.
Tra le molecole più recenti c’è orforglipron, un farmaco GLP-1 in compresse da assumere una volta al giorno. Il 15 ottobre 2026 ha ricevuto il parere positivo del Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’Agenzia europea per i medicinali per il trattamento del diabete di tipo 2 e la gestione del peso in specifiche categorie di pazienti. Per l’autorizzazione definitiva nell’Unione europea è ancora necessaria la decisione della Commissione europea.
Il vantaggio delle formulazioni orali non è soltanto evitare le iniezioni: alcune possono essere assunte senza particolari vincoli legati ai pasti e non richiedono una conservazione refrigerata. La maggiore praticità potrebbe facilitare la continuità delle cure, anche se sarà importante valutarne l’efficacia e la tollerabilità nel lungo periodo.
Retatrutide, il farmaco per dimagrire che agisce su tre ormoni
Un’altra novità è rappresentata da retatrutide, un farmaco sperimentale che agisce contemporaneamente sui recettori di tre ormoni coinvolti nella regolazione del metabolismo: GLP-1, GIP e glucagone. Se semaglutide agisce sul GLP-1 e tirzepatide su GLP-1 e GIP, retatrutide aggiunge un terzo meccanismo che può influenzare anche il consumo energetico.
“Retatrutide, molto atteso, è un triplo agonista (GLP-1+GIP+glucagone) di tipo iniettivo su base settimanale”, spiega Fabbri. L’azione sul glucagone, aggiunge, può favorire un maggiore dispendio energetico e l’utilizzo dei grassi, anche a livello del fegato. Negli studi clinici sono state osservate riduzioni di peso particolarmente importanti, in alcune popolazioni e con determinati dosaggi vicine al 30% del peso iniziale. Risultati che avvicinano l’efficacia farmacologica a quella ottenibile con alcuni interventi di chirurgia bariatrica, pur trattandosi di approcci differenti. Retatrutide resta però un farmaco sperimentale. Prima di entrare nella pratica clinica dovrà completare il percorso di valutazione regolatoria.
Non soltanto dimagrimento: i benefici per il cuore
La perdita di peso rappresenta soltanto una parte dei possibili benefici. Alcuni farmaci incretinici hanno dimostrato di ridurre il rischio di eventi cardiovascolari importanti in specifiche popolazioni di pazienti. Il motivo è legato a diversi meccanismi: oltre a favorire il dimagrimento, possono migliorare il controllo della glicemia, ridurre la pressione arteriosa e agire su alcuni fattori di rischio metabolico. “La riduzione degli eventi maggiori è significativa e si osserva sia nei pazienti con diabete di tipo 2 sia nei pazienti obesi con o senza diabete”, sottolinea Giuseppe Rosano, professore di Cardiologia alla St. George’s University di Londra.
Non significa che tutti i farmaci di questa famiglia offrano automaticamente gli stessi benefici o che siano indicati per chiunque voglia prevenire una malattia cardiovascolare. Le evidenze riguardano molecole specifiche, studiate in persone con determinate caratteristiche cliniche.
Fegato grasso: perché il peso conta, ma non è tutto
Un altro organo che può beneficiare del miglioramento metabolico è il fegato. L’accumulo eccessivo di grasso epatico, spesso associato a obesità e diabete di tipo 2, può favorire infiammazione e, nei casi più gravi, danni progressivi al tessuto.
Dimagrire e migliorare la sensibilità all’insulina contribuisce a ridurre questo rischio, ma alcune nuove molecole potrebbero agire anche attraverso meccanismi metabolici aggiuntivi.
“Migliorando l’insulino-resistenza si riducono la steatosi e la lipotossicità e, in modo indiretto, l’infiammazione”, spiega Luca Miele, responsabile del percorso dedicato alle epatopatie dismetaboliche del Policlinico Gemelli di Roma.
Per la tirzepatide, alcuni studi hanno documentato riduzioni del grasso epatico e viscerale. La ricerca sta inoltre valutando farmaci che agiscono anche sul recettore del glucagone, coinvolto nell’utilizzo dei grassi come fonte energetica.
Si tratta di un ambito in rapida evoluzione, nel quale è importante distinguere la semplice riduzione del grasso nel fegato dal miglioramento delle forme più avanzate di malattia epatica.
Menopausa e ovaio policistico: nuove prospettive per le donne
Le conseguenze dell’obesità e delle alterazioni metaboliche riguardano anche la salute femminile, in particolare durante la menopausa e in presenza della sindrome dell’ovaio policistico.
Con la diminuzione degli estrogeni, la distribuzione del grasso corporeo tende a cambiare e può aumentare l’accumulo addominale, con conseguenze sul rischio cardiometabolico.
“Gli agonisti del recettore di GLP1 e GIP contribuiscono a recuperare il peso ottimale e dunque a valorizzare stili di vita più sani”, osserva Alessandra Graziottin, professoressa di Ginecologia e Ostetricia all’Università di Verona.
Un altro ambito di interesse è la sindrome dell’ovaio policistico, una condizione che può associarsi a insulino-resistenza, aumento di peso e difficoltà riproduttive.
Secondo Costanzo Moretti, professore di Endocrinologia all’Università di Roma Tor Vergata, migliorare il profilo metabolico può contribuire anche al benessere riproduttivo delle donne con questa condizione. L’impiego delle nuove incretine resta però da valutare attraverso studi clinici adeguati e non rappresenta una soluzione generalizzata ai problemi di fertilità.
Alzheimer e malattie neurologiche: una promessa ancora da verificare
Tra le prospettive più affascinanti, ma anche più incerte, c’è il possibile ruolo dei farmaci incretinici nella protezione del cervello.
I recettori coinvolti nell’azione di questi medicinali sono presenti anche nel sistema nervoso centrale. Alcune ricerche hanno suggerito possibili effetti sul metabolismo cerebrale e sui processi infiammatori, alimentando l’interesse per un eventuale ruolo nella prevenzione delle malattie neurodegenerative.
“Le osservazioni al momento arrivano da studi preclinici condotti principalmente con semaglutide”, spiega Cinzia Niolu, professoressa ordinaria di Psichiatria all’Università di Roma Tor Vergata.
Si tratta però di una prospettiva da affrontare con prudenza. Le osservazioni sperimentali e gli studi epidemiologici non dimostrano che questi farmaci possano prevenire l’Alzheimer nelle persone sane, né giustificano il loro impiego a questo scopo.
Per ora, la protezione del cervello rappresenta una delle domande aperte della ricerca, non un beneficio terapeutico consolidato.
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La sfida dei muscoli: perdere peso senza perdere forza
Se i nuovi farmaci permettono di ottenere dimagrimenti importanti, diventa essenziale capire anche che cosa si perde insieme ai chili.
Il calo ponderale interessa infatti soprattutto la massa grassa, ma può coinvolgere anche la massa magra, che comprende il tessuto muscolare.
“Lo studio SURMOUNT-1 ha dimostrato che l’uso di tirzepatide alla dose massima di 15 mg/settimana ha determinato una significativa riduzione media della percentuale di peso corporeo a 72 settimane pari al 20,9%”, ricorda Marco Infante, professore associato di Endocrinologia all’Università UniCamillus.
In un’analisi sulla composizione corporea, circa il 75% del peso perso era costituito da massa grassa e il restante 25% da massa magra.
Non tutta la massa magra persa corrisponde necessariamente a muscolo, ma il dato richiama l’importanza di preservare forza e funzionalità durante il dimagrimento. Per questo attività fisica, allenamento di resistenza e alimentazione adeguata devono accompagnare il percorso terapeutico.
Che cosa succede quando si sospendono i farmaci?
C’è infine una questione che riguarda molte persone: che cosa accade quando si raggiunge il peso desiderato e si interrompe il trattamento?
Gli studi mostrano che, dopo la sospensione di alcuni farmaci incretinici, una parte consistente del peso perso tende a essere recuperata. In determinate sperimentazioni, il recupero può arrivare a circa due terzi dei chili persi nell’arco di un anno.
È uno dei motivi per cui gli specialisti sottolineano la necessità di considerare l’obesità una malattia cronica, che richiede un percorso di cura a lungo termine.
Tra le strategie allo studio ci sono l’impiego di dosaggi di mantenimento e il possibile passaggio a formulazioni orali. Ma l’utilizzo di dosi molto basse, talvolta indicato come micro-dosing, non rappresenta ancora una strategia standard validata per tutti i pazienti e non dovrebbe essere gestito autonomamente.
La vera sfida, quindi, non è soltanto ottenere una perdita di peso importante, ma conservarne i benefici senza compromettere la salute muscolare, metabolica e psicologica.
Ed è proprio questo il messaggio emerso dal confronto tra gli specialisti: i farmaci incretinici stanno ampliando le possibilità di cura dell’obesità e delle patologie correlate, ma il loro valore non si misura soltanto sulla bilancia. Conta soprattutto la capacità di migliorare la salute nel tempo, attraverso trattamenti appropriati, personalizzati e accompagnati da uno stile di vita sano.



