Giornata Mondiale dell’Obesità: tra consapevolezza e percezione, il nodo resta il riconoscimento della patologia

Giulia Ippolito

In Italia tre adulti su quattro considerano obesità e sovrappeso un grave rischio per la salute, ma solo il 2,7% si definisce obeso, a fronte di un 8,9% che risulta tale secondo il BMI. È il principale dato che emerge da un’indagine condotta da AstraRicerche per il Gruppo Edulcoranti di Unione Italiana Food su un campione di oltre mille italiani tra i 18 e i 70 anni, diffusa in occasione della Giornata Mondiale dell’Obesità (4 marzo).

Obesità: patologia riconosciuta, ma ancora sottostimata

In Italia l’obesità è riconosciuta per legge come patologia cronica. Sul piano epidemiologico, il fenomeno è in crescita: secondo i dati più recenti, interessa il 12% della popolazione adulta (oltre 6 milioni di persone), mentre il 47% degli adulti è in eccesso ponderale. A livello globale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’obesità una “pandemia non trasmissibile”, con oltre un miliardo di persone coinvolte.

Nonostante l’elevata consapevolezza generale, l’indagine evidenzia un divario significativo tra percezione individuale e condizione clinica. Il 17,7% degli intervistati sottostima il proprio peso; la quota sale al 73% tra chi risulta obeso secondo il BMI. La sottostima è più frequente tra gli uomini (26%), in particolare nelle fasce d’età Gen X e Baby Boomers. Al contrario, la sovrastima riguarda soprattutto le donne (17%) e i soggetti sottopeso secondo BMI (72%).

Cause note, approccio multifattoriale

Gli intervistati identificano correttamente l’obesità come condizione multifattoriale. Tra le cause più citate: sedentarietà (66,6%), alimentazione ipercalorica (56,4%), eccesso di zuccheri (55,9%) e grassi (52,6%). Seguono fattori ormonali (48,8%), stress (38,5%) e predisposizione genetica (35,8%). Aspetti psicologici e qualità del sonno risultano meno frequentemente indicati, pur con differenze generazionali.

“L’obesità è una patologia cronica che richiede un approccio multidimensionale”, spiega Luca Piretta, gastroenterologo e nutrizionista, docente presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma. “Accanto ai fattori metabolici e genetici, sono determinanti le scelte alimentari e uno stile di vita attivo. In questo contesto, i dolcificanti possono rappresentare uno strumento utile per ridurre l’apporto di zuccheri e calorie, senza incidere sui livelli glicemici”.

Stili di vita e ruolo degli edulcoranti

Per contrastare sovrappeso e obesità, oltre sei italiani su dieci indicano come prioritarie alimentazione equilibrata (63%), maggiore movimento (62,8%) e attività fisica regolare (62,2%).

Gli edulcoranti sono percepiti come strumenti funzionali nel percorso di riduzione degli zuccheri: il 70% sa che possono essere utilizzati in sostituzione dello zucchero domestico; il 59,2% li considera utili per contenere l’apporto calorico; il 51,8% li associa al supporto delle linee guida nutrizionali sulla riduzione degli zuccheri; il 51,2% ne riconosce un ruolo nel controllo glicemico.

L’utilizzo riguarda il 36,6% degli intervistati, con maggiore diffusione tra Gen Z e Millennials. Le motivazioni principali sono la limitazione calorica (45,6%), la gestione del peso (41,4%) e il controllo del diabete (32,6%). La stevia è la scelta più frequente (44,9%), seguita da aspartame (23%) e saccarina (17,9%); l’eritritolo registra una crescita tra i più giovani.

L’impiego è prevalentemente quotidiano, soprattutto nel caffè (76,5%) e nelle bevande calde (44,1%), ma tra le fasce più giovani aumenta l’uso in preparazioni alimentari come dolci, yogurt, cereali e frullati.

Prevenzione: indicazioni pratiche

Il vademecum proposto dall’esperto richiama alcuni punti chiave: alimentazione equilibrata, ricca di frutta, verdura, cereali integrali e proteine magre; almeno 150 minuti a settimana di attività fisica moderata (o 75 minuti intensa); regolarità dei pasti e attenzione alla crononutrizione; contenimento degli zuccheri semplici entro il 15% dell’apporto calorico giornaliero; adeguata durata del sonno (7–9 ore per notte); monitoraggio del comportamento alimentare e supporto professionale quando necessario.

Il quadro che emerge è quello di una popolazione informata sulle cause e sugli strumenti di prevenzione, ma ancora distante da una piena consapevolezza individuale della propria condizione ponderale. Un elemento che, in ottica di sanità pubblica, rappresenta uno snodo cruciale per intercettare precocemente il rischio e favorire interventi appropriati.

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