Le malattie cardiometaboliche – tra cui diabete, infarto, obesità, ictus e insufficienza renale – sono tra le principali cause di morbidità e mortalità a livello globale. Nel nostro Paese, una persona su due in età lavorativa (il 50,1%), tra i 40 e i 69 anni, presenta un rischio cardio-metabolico medio-alto (anche se non ha mai avuto prima problemi cardiovascolari), il che determina un costo di circa 13,5 miliardi di euro annui sul Sistema Sanitario.
TEHA Group, società di The European House Ambrosetti, ha redatto un Position Paper dal titolo ‘Rischio cardio-metabolico in Italia: il ritorno economico di un programma di screening della popolazione’, in cui è stato analizzato l’impatto economico della prevenzione in ambito cardio-metabolico e valutata così l’efficacia di interventi di prevenzione primaria. Il documento – realizzato insieme al contributo non condizionato di Sanofi e presentato a Roma nell’ambito di un incontro – ha evidenziato come un approccio preventivo potrebbe sia ridurre l’incidenza di eventi cardiovascolari maggiori, che migliorare il burden economico annesso alle malattie cardio-metaboliche.
La necessità di fare prevenzione
«Le malattie cardio-metaboliche sono una delle principali cause di morbidità e mortalità a livello globale – dice Claudio Borghi, professore ordinario di Medicina interna all’Università di Bologna –. È quindi necessario implementare meglio il piano della prevenzione, che oggi non è ancora pienamente efficace». È stato dimostrato, infatti, che investire sulla prevenzione porterebbe a ridurre del 34% la mortalità nella fascia 0-74, a eliminare l’80% dei decessi e a diminuire la possibilità di sviluppare eventi cardiovascolari maggiori. «Investire nella prevenzione significa ridurre il rischio di complicazioni, abbattere i costi dei trattamenti e migliorare la qualità della vita delle persone – afferma Riccardo Candido, presidente della Federazione Società Diabetologiche Italiane –. In questo modo, si riuscirebbe a limitare il burden economico e, come ha rilevato TEHA Group grazie al modello di stratificazione del rischio SCORE2, ci sarebbe anche un ritorno economico estremamente positivo, circa del 1,6».
Fare prevenzione per ridurre il burden economico
«Il burden economico associato alle malattie cardiometaboliche, tra costi diretti e indiretti, ammonta circa a 13,4 miliardi di euro l’anno – afferma Rossana Bubbico, Practice Healthcare di TEHA Group – Questo dato è un’ulteriore conferma della necessità di migliorare gli sforzi nella prevenzione». Dal rapporto tra i benefici legati alla riduzione del rischio cardio-metabolico e i costi necessari per l’attuazione del programma di screening – lettere di invito alla popolazione, costo degli esami e del personale – deriva un ritorno dell’investimento che varia tra 1,4 e 1,8 euro per ogni euro investito in prevenzione (in media, 1,6 euro). «In collaborazione con TEHA Group abbiamo sviluppato un modello probabilistico per stimare l’impatto economico delle malattie cardiometaboliche, evidenziando i vantaggi della diagnosi precoce – spiega Andrea Marcellusi, presidente Ispor Italy-Chapter –. I dati hanno evidenziato che per ogni euro investito in prevenzione si ottiene un ritorno economico di 1,6 euro». In particolare, il ritorno economico sarebbe massimo nella fascia d’età più giovane – 2,2 nei soggetti tra 40 e 49 anni; 1,3 nei soggetti di 60-69 anni) – e nei soggetti con un più basso livello di rischio – 5,7 nei soggetti a rischio medio; 0,5 nei soggetti ad alto rischio –, a conferma che più si interviene precocemente maggiori sono i benefici ottenuti.
I fattori di rischio
L’American Diabetes Association e l’American Heart Association hanno individuato i principali fattori di rischio cardio-metabolico: iperglicemia, sovrappeso e obesità, pressione elevata e dislipidemia. Si tratta di condizioni che, essendo strettamente correlate sia a diabete che a malattie cardiovascolari, impattano fortemente sulla mortalità evitabile. «Ci sono numerosi fattori di rischio annessi alle malattie cardiometaboliche, tra cui obesità, inattività fisica, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, fumo di sigarette, iperglicemia e diabete – spiega Ciro Indolfi, presidente della Federazione Italiana di Cardiologia –. Nelle regioni del Sud la prevalenza di questi fattori è addirittura maggiore, il che comporta una più alta percentuale di mortalità cardiovascolare. La prevenzione rappresenta un elemento imprescindibile nel contrasto alle patologie cardiovascolari e metaboliche, perché permette di contrastare e ridurre tutti questi fattori di rischio».
«Lo screening: in cosa dovrebbe consistere?
Il programma di screening per la prevenzione cardio-metabolica dovrebbe comprendere un questionario sullo stile di vita (utile per comprendere le abitudini della persona) e un semplice pacchetto di esami (tra cui, misurazione della pressione arteriosa, glicemia, profilo lipidico e lipoproteina ed ecocardiogramma). «Grazie ai programmi di screening cardio-metabolico, con un semplice prelievo di sangue e con la ricerca di specifici biomarcatori, si riuscirebbe a stratificare il rischio di un paziente e, di conseguenza, a pianificare interventi mirati di prevenzione e trattamento – spiega Marcello Ciaccio, presidente di SIBioC –. La medicina di laboratorio è quindi uno strumento essenziale per garantire efficacia, accuratezza e tempestività nella gestione di questo tipo di patologie». Lo screening, infatti, permetterebbe di individuare la presenza di eventuali fattori di rischio e di avviare i pazienti (con livello medio-alto) a un trattamento terapeutico precoce.
Fare screening per prevenire l’ischemia
Attivare un programma di screening cardio-metabolico sarebbe necessario non solo per contenere i costi socio-sanitari, ma anche (e soprattutto) per ridurre le possibilità di incorrere in eventi cardiovascolari maggiore (come ictus e infarto). «Insieme alla Società Italiana di Cardiologia abbiamo sviluppato l’approccio ‘Prevent the first event’, con lo scopo di promuovere stili di vita corretti e, soprattutto, di incentivare l’attività di screening, che serve per intercettare precocemente i soggetti a rischio cardiometabolico – afferma Pasquale Perrone Filardi, presidente della Società Italiana di Cardiologia –. Infatti, poiché la maggior parte di persone che vengono colpite da eventi ischemici ha (inconsapevolmente) un rischio cardiometabolico medio-alto, è importante fare prevenzione per riconoscere la condizione di pericolo prima che si sviluppi l’ischemia».
di Lavinia Sdoga



