La disinformazione (dati falsi o fuorvianti condivisi involontariamente) e la misinformazione (informazioni deliberatamente ingannevoli) ambito sanitario rappresentano oggi una delle maggiori sfide per la salute pubblica. L’era digitale ha amplificato la diffusione di contenuti fuorvianti, spesso sfruttati per scopi propagandistici o politici, con conseguenze devastanti sulla fiducia del pubblico, sulle decisioni sanitarie e sull’efficacia delle azioni collettive. A riportare l’attenzione su questo importante tema è un editoriale della prestigiosa rivista The Lancet, che esplora con profondità e lucidità questa problematica. Dalla strumentalizzazione della paura durante la pandemia di COVID-19, alla diffusione di false informazioni su temi come il cancro e la salute mentale, fino al ruolo delle piattaforme tecnologiche e alla necessità di educare il pubblico a distinguere fonti affidabili: il testo evidenzia quanto sia urgente un approccio coordinato e sistematico per contrastare questa minaccia.
Non è solo una questione di correggere i falsi miti, ma anche di ripensare come comunichiamo la scienza, costruendo fiducia e offrendo soluzioni concrete per un’informazione chiara e responsabile. Una riflessione che riguarda tutti noi, giornalisti, istituzioni, piattaforme tecnologiche e cittadini.
La disinformazione e misinformazione sulla salute non sono fenomeni nuovi, ma la pandemia di COVID-19 ha segnato un punto di svolta. L’editoriale spiega come il senso di ansia e urgenza, unito all’aumento dell’uso dei social media e alle interpretazioni politicamente polarizzate della pandemia, abbia favorito la diffusione di una serie di affermazioni fuorvianti sul virus e sulle contromisure mediche. La disinformazione sanitaria è stata strumentalizzata come propaganda, sfruttando la paura, minando la fiducia pubblica e ostacolando l’azione collettiva in momenti critici.
Oggi, contenuti fuorvianti sui social media permeano informazioni sulla prevenzione e il trattamento del cancro; possono portare i pazienti ad abbandonare trattamenti basati su prove a favore di alternative promosse da influencer; sminuiscono la gravità dei disturbi di salute mentale; e promuovono integratori non regolamentati che affermano di risolvere tutto, dalla perdita di peso all’inversione dell’invecchiamento. La disinformazione è diventata uno strumento deliberato per attaccare e screditare scienziati e professionisti della salute per guadagni politici. Gli effetti sono distruttivi e dannosi per la salute pubblica.
Nell’editoriale del Lancet si fa riferimento al fatto che questa minaccia non viene presa sufficientemente sul serio dalle aziende tecnologiche, cosa esemplificato dalla recente decisione di Meta di interrompere il fact-checking. Facebook (come altri social network) era già una fonte principale di disinformazione sanitaria, ma sebbene il fact-checking non possa eliminare completamente i materiali inaccurati, fa una differenza significativa, e la sua eliminazione apre le porte a contenuti dannosi. Poiché la disinformazione spesso si diffonde più velocemente dei fatti, è essenziale che i fatti siano comunicati in modo da non lasciare spazio a interpretazioni errate. L’annuncio di Mark Zuckerberg si inserisce in una tendenza di riduzione della supervisione, dando l’impressione che la battaglia per i fatti stia andando persa. Xavier Becerra, che ha guidato il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti, afferma che le agenzie federali sono sopraffatte da “informazioni e disinformazioni istantanee”.
Tuttavia, l’editoriale mette in luce anche alcuni sforzi positivi. L’Australia intende introdurre multe salate per le piattaforme che non impediscono la diffusione della disinformazione. La Commissione Europea ha pubblicato raccomandazioni per affrontare la disinformazione sul COVID-19 attraverso interventi comportamentali mirati. L’OMS sta prendendo provvedimenti per incoraggiare una comunicazione responsabile delle informazioni sanitarie e segnalare i contenuti fuorvianti. I social media possono essere una forza positiva, e ci sono individui che lavorano per educare il pubblico in modo creativo ed efficace.
Combattere la disinformazione non è semplice come correggere i fatti; significa anche affrontare la manipolazione intenzionale e il modo in cui gli algoritmi dirigono l’attenzione delle persone, lasciandole a navigare da sole in un mix complesso di scienza e finzione. I contenuti generati dall’intelligenza artificiale (IA) presentano sfide crescenti, ma l’IA può anche aiutare a segnalare contenuti privi di basi scientifiche anche se non può sostituire l’insegnamento ai lettori su come verificare i fatti e identificare fonti credibili. Da lancet arriva un paragone molto efficace: “Combattere la disinformazione – si legge nell’editoriale – richiede un approccio sistematico simile a quello per contenere la diffusione di agenti infettivi: individuare e contenere la fonte; identificare proattivamente i più vulnerabili ai suoi effetti; e immunizzare la popolazione contro affermazioni false fornendo risorse educative chiare. Non può essere lasciato a sforzi volontari e individuali”.
Questa settimana l’Inchiesta COVID-19 del Regno Unito ha pubblicato il registro Every Story Matters, che documenta le esperienze del pubblico con lo sviluppo e la distribuzione dei vaccini e dei trattamenti contro il COVID-19. Le testimonianze sottolineano non solo il valore di informazioni accurate, ma anche l’importanza centrale della fiducia e delle risposte emotive—dalla speranza e il sollievo allo scetticismo e all’ansia—durante le crisi di salute pubblica. Comprendere e cambiare le narrazioni che influenzano negativamente le decisioni sanitarie come determinanti emotivi della salute è essenziale. Piuttosto che semplicemente semplificare fatti complessi, i governi e i comunicatori scientifici devono assicurarsi che i messaggi di salute pubblica siano rilevanti per l’individuo; non solo fornire informazioni accurate, ma anche favorire un ambiente di fiducia e comprensione, e riconoscere le aree di incertezza e di ignoto.
Anche la comunità medica ha un ruolo chiave, attraverso commenti, ricerche e attività di sensibilizzazione. The Lancet si impegna a sostenere questi sforzi affrontando in modo proattivo, e se possibile prevenendo, la disinformazione derivante dalle nostre pubblicazioni. “La disinformazione e la misinformation – concludono gli autori – non possono più essere considerate semplicemente come una seccatura accademica, ma piuttosto come una minaccia sociale. Solo se riconosciamo questa minaccia e agiamo in modo proporzionato possiamo rispondere al pericolo e combattere l’ondata di disinformazione e misinformation”.



