Le donne dichiarano livelli di stress e sintomi ansioso-depressivi circa doppi rispetto agli uomini, ma il 15% ha rinunciato al supporto psicologico per i costi. Solo il 39% riesce a gestire attivamente la propria salute nella quotidianità. I dati IQVIA evidenziano il peso delle barriere economiche, sociali e organizzative sulla prevenzione e sulla continuità delle cure.
- Quando la consapevolezza non basta
- Le barriere economiche che limitano l’accesso alle cure
- Prevenzione e informazione: differenze nelle diverse fasi della vita
- Salute mentale, un bisogno ancora difficile da soddisfare
- Il carico di cura e le fragilità che rischiano di restare invisibili
- Il ruolo dei servizi e dei luoghi di prossimità
- Anche i luoghi di lavoro possono contribuire alla prevenzione
- Una salute davvero inclusiva parte dalle condizioni reali delle persone
Quando la consapevolezza non basta
La salute è una priorità per la maggior parte degli italiani, ma riconoscerne l’importanza non significa necessariamente riuscire a prendersene cura. A fare la differenza sono spesso le condizioni economiche, il tempo a disposizione, i carichi familiari e la possibilità di orientarsi nel sistema sanitario. Ostacoli che possono incidere in modo diverso su uomini e donne, creando disuguaglianze nell’accesso alla prevenzione, alle cure e al supporto psicologico.
Secondo un’analisi realizzata da IQVIA, l’84% delle donne e l’82% degli uomini considera la salute una priorità. Eppure, soltanto il 39% delle donne italiane riesce a gestirla in modo attivo e continuativo nella vita quotidiana. Più di sei donne su dieci, pur riconoscendo il valore della prevenzione, incontrano difficoltà nel tradurre questa consapevolezza in comportamenti concreti.
I risultati sono stati presentati a Sesto Fiorentino durante “Salute che include. Dalle differenze di genere, nuove prospettive per la salute di tutti”, iniziativa promossa da Lilly Italia in occasione dei 150 anni dell’azienda, con la supervisione scientifica di UN Women. Il confronto ha riunito professionisti sanitari e rappresentanti di diversi ambiti per approfondire il rapporto tra differenze di genere, condizioni sociali e possibilità effettive di prendersi cura della propria salute.
Le barriere economiche che limitano l’accesso alle cure
Uno dei dati più significativi riguarda la rinuncia a visite e accertamenti. Il 32% della popolazione dichiara di aver rinunciato almeno una volta a prestazioni sanitarie. Tra le donne, il principale ostacolo è rappresentato dai costi: il 41% riferisce di aver rinunciato alle cure per motivi economici, contro il 30% degli uomini.
Le differenze emergono anche nella copertura sanitaria integrativa. Soltanto il 28% delle donne dispone di un’assicurazione sanitaria privata o aziendale, rispetto al 40% degli uomini. Una disparità che può influire sulla possibilità di accedere a prestazioni aggiuntive e, in alcuni casi, di ridurre i tempi di attesa.
Le ragioni della rinuncia, tuttavia, non sono esclusivamente economiche. Tra gli uomini pesano maggiormente anche gli ostacoli logistici e organizzativi, come le difficoltà di prenotazione e i tempi di attesa. Per le donne, invece, alle spese sanitarie si sommano spesso impegni lavorativi e familiari, responsabilità di assistenza e minore disponibilità di tempo.
Come ha osservato Darya Majidi, presidente di UN Women Italy, molte donne si trovano a dover conciliare la necessità di prendersi cura della propria salute con vincoli economici, lavorativi e familiari. Le rinunce, sottolinea, non possono essere interpretate soltanto come scelte individuali, ma vanno lette anche alla luce delle condizioni in cui le persone vivono e delle opportunità che il sistema riesce a offrire.
Prevenzione e informazione: differenze nelle diverse fasi della vita
Il rapporto con la prevenzione cambia anche in base all’età. Tra le donne con meno di 35 anni, il 73% cerca informazioni sulla salute online, ma soltanto il 36% effettua regolarmente esami e controlli. Nella fascia tra i 36 e i 59 anni, la quota di chi svolge regolarmente check-up sale al 54%, raggiungendo il 66% tra le over 60.
I dati mostrano come informarsi non coincida necessariamente con riuscire a seguire un percorso preventivo continuativo. La possibilità di effettuare controlli dipende anche dall’organizzazione della vita quotidiana, dalla disponibilità di servizi accessibili e dalla capacità di mantenere nel tempo un rapporto con i professionisti sanitari.
Il medico rimane il principale punto di riferimento per uomini e donne, mentre il farmacista conserva un ruolo significativo. Tra le donne, la rete delle fonti informative comprende anche le associazioni di pazienti, mentre i canali digitali, inclusi il web e l’intelligenza artificiale, vengono considerati meno affidabili.
La questione, quindi, non riguarda soltanto la disponibilità di informazioni corrette, ma anche la possibilità di trasformarle in decisioni e comportamenti sostenibili. Per favorire la prevenzione è necessario che le indicazioni sanitarie siano comprensibili e che i servizi siano concretamente accessibili, tenendo conto delle diverse condizioni di vita.
Salute mentale, un bisogno ancora difficile da soddisfare
Il divario di genere emerge con particolare evidenza anche sul fronte della salute mentale. Secondo l’analisi IQVIA, le donne dichiarano livelli di stress e stati ansioso-depressivi circa doppi rispetto agli uomini. Eppure, il 15% riferisce di aver rinunciato a un percorso di supporto psicologico a causa dei costi troppo elevati.
Anche in questo caso, l’età incide sul rapporto con l’assistenza: il 55% delle donne under 35 dichiara di aver consultato almeno una volta uno psicologo, percentuale che scende al 34% tra le donne di 35-59 anni e al 23% tra le over 60.
Accanto alla disponibilità economica, restano importanti il riconoscimento del bisogno, la possibilità di chiedere aiuto e la presenza di servizi capaci di intercettare situazioni di fragilità. Il tema riguarda anche i disturbi del comportamento alimentare, per i quali stereotipi e immagini preconcette possono ritardare il riconoscimento dei sintomi.
Aurora Caporossi, presidente di Animenta e fondatrice di ComeStai, richiama proprio il peso dell’immaginario sociale: i disturbi del comportamento alimentare vengono ancora associati prevalentemente a ragazze molto giovani e molto magre. Chi non corrisponde a questo stereotipo rischia di non essere riconosciuto, anche quando vive una condizione di sofferenza. Un percorso efficace, sottolinea, deve partire dall’ascolto senza giudizio e da un approccio multidisciplinare che consideri insieme salute fisica e psicologica.
Il digitale può contribuire ad amplificare il confronto con modelli corporei irrealistici e la cultura della dieta, ma può anche rappresentare un primo spazio in cui cercare informazioni e sentirsi meno soli. Le comunità online, in questa prospettiva, possono favorire il contatto con altre persone e accompagnare verso i servizi di cura, senza sostituirsi a essi.
Il carico di cura e le fragilità che rischiano di restare invisibili
Un altro elemento riguarda il lavoro di assistenza svolto all’interno delle famiglie. Prendersi cura di figli, genitori anziani o persone non autosufficienti può ridurre il tempo dedicato alla propria salute e rendere più difficile mantenere una continuità nella prevenzione. Il carico assistenziale prolungato può inoltre associarsi a stress, disturbi del sonno e un peggioramento del benessere complessivo.
La neurologa Giulia Giacomucci, dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze, richiama l’attenzione anche sul rischio che alcuni segnali di declino cognitivo nelle donne vengano sottovalutati o attribuiti alla stanchezza, allo stress o ai cambiamenti legati all’età, compresa la menopausa. Riconoscere tempestivamente un cambiamento rispetto al funzionamento abituale della persona permette di avviare valutazioni più accurate e, quando indicato, intervenire sui fattori di rischio modificabili o accedere prima alle opportunità terapeutiche.
La difficoltà di accedere alle cure può essere ancora più marcata quando alla dimensione di genere si aggiungono fragilità economiche e sociali. Caterina Barbieri, dirigente medico oncologo degli Ospedali Riuniti Padova Sud, sottolinea come le condizioni di vita possano influenzare profondamente il percorso oncologico: a parità di diagnosi e trattamento disponibile, non tutti i pazienti dispongono delle stesse risorse economiche, familiari e relazionali per affrontare la malattia.
La solitudine, in particolare, può rendere più complessi i passaggi pratici ed emotivi della cura. Per questo, un approccio realmente equo non può limitarsi alla scelta del trattamento più appropriato, ma deve considerare anche ciò che accade fuori dall’ospedale e la rete di supporto disponibile sul territorio.
Il ruolo dei servizi e dei luoghi di prossimità
Ridurre il divario tra consapevolezza e possibilità concreta di cura richiede interventi che coinvolgano l’intero sistema sanitario e sociale. Tra gli ambiti da rafforzare rientrano i consultori, i percorsi di medicina di genere, l’integrazione tra servizi sanitari e sociali e gli strumenti per tutelare le persone che si trovano in condizioni di maggiore vulnerabilità.
Anche la farmacia può svolgere una funzione importante. Myram Mazza, presidente dell’associazione Ricomincio Da Me e membro della Commissione Pari Opportunità della Regione Campania, la descrive come un presidio di prossimità in cui l’accessibilità e il rapporto diretto con il cittadino possono favorire ascolto, fiducia e partecipazione attiva. Per molte donne, infatti, sintomi e bisogni rischiano di essere minimizzati o rimandati mentre continuano a occuparsi degli altri.
La personalizzazione dei percorsi deve riguardare anche il linguaggio e il modo in cui i professionisti affrontano condizioni come l’obesità. La specialista in endocrinologia Mikiko Watanabe, della Sapienza Università di Roma, evidenzia come il pregiudizio secondo cui l’obesità dipenderebbe soprattutto dalla mancanza di volontà possa ritardare l’accesso alle cure e compromettere la fiducia nel sistema sanitario. Comprendere le condizioni familiari e sociali della persona, evitando giudizi sul corpo, è parte di un approccio clinico più rispettoso ed efficace.
Anche i luoghi di lavoro possono contribuire alla prevenzione
Le aziende rappresentano un altro contesto nel quale intervenire per ridurre gli ostacoli alla salute. Coperture sanitarie integrative, screening e check-up sul luogo di lavoro, strumenti per conciliare occupazione e assistenza familiare possono contribuire a rendere la prevenzione più accessibile, soprattutto per chi fatica a trovare tempo e risorse per occuparsi di sé.
Il tema è stato affrontato anche nell’iniziativa di Lilly, con una riflessione sulle misure che possono essere adottate nei contesti lavorativi. Manuela Schumann, Vice President HR & Site Services di Lilly Italy Hub, ha illustrato le iniziative rivolte ai dipendenti dell’azienda, tra cui assicurazione sanitaria integrativa, controlli periodici, screening e attività dedicate alla genitorialità e ai caregiver.
L’esperienza aziendale rappresenta un esempio di intervento possibile, ma il problema evidenziato dai dati richiede una risposta più ampia, capace di coinvolgere istituzioni, servizi sanitari, professionisti, associazioni e mondo del lavoro.
Una salute davvero inclusiva parte dalle condizioni reali delle persone
I risultati dell’analisi IQVIA mostrano che il divario di genere nella salute non si esaurisce nelle differenze biologiche tra uomini e donne. A incidere sono anche fattori economici, culturali e organizzativi, che determinano la possibilità di accedere alle cure, seguire percorsi di prevenzione e ricevere sostegno nei momenti di maggiore vulnerabilità.
Una medicina più inclusiva richiede quindi di considerare la persona nel suo contesto, riconoscendo le responsabilità familiari, le risorse disponibili, le difficoltà di accesso ai servizi e gli ostacoli culturali che possono ritardare una richiesta di aiuto.
Come ha sottolineato Elias Khalil, presidente e amministratore delegato di Lilly Italy Hub, prossimità, continuità dell’impegno e tempestività nell’accesso alle cure sono elementi importanti per ridurre le distanze che ancora separano le persone dalle opportunità di prevenzione e trattamento.
La sfida, in definitiva, è fare in modo che l’attenzione alla salute possa tradursi in una possibilità concreta per tutti. Perché un sistema sanitario equo non deve soltanto offrire cure efficaci, ma anche creare le condizioni affinché le persone possano raggiungerle, comprenderle e seguirle nel tempo, senza che il genere o la situazione sociale diventino un ulteriore ostacolo.



