Alzheimer, siamo entrati in una nuova era?

Dai test del sangue alle nuove terapie, cosa sta cambiando davvero

di Irma D’Aria

Per la prima volta alcuni farmaci possono intervenire sui meccanismi biologici della malattia,
semplici prelievi di sangue stanno avvicinandosi alla pratica clinica e la ricerca prova a capire
non solo chi presenta i segni dell’Alzheimer, ma chi svilupperà davvero la demenza. Intanto
sappiamo che una quota importante del rischio può essere modificata nel corso della vita. In
occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, facciamo il punto su ciò che sappiamo,
quello che ancora non sappiamo e le novità che potrebbero cambiare il futuro della malattia.

Per più di un secolo la domanda è stata soprattutto una: come riconoscere l’Alzheimer? Oggi la
ricerca comincia a porsene un’altra, forse ancora più difficile: se nel cervello o nel sangue troviamo
i segni biologici della malattia, possiamo sapere chi svilupperà davvero una demenza, quando
accadrà e con quale velocità? È qui che si sta spostando la nuova frontiera.

A 120 anni dalle prime descrizioni della malattia, possiamo individuare proteine associate
all’Alzheimer attraverso PET, liquor e, sempre più spesso, biomarcatori misurabili con un semplice
prelievo. Sono arrivati, inoltre, farmaci progettati per agire su uno dei meccanismi biologici della
malattia e non soltanto sui sintomi. Ma nessuno di questi progressi equivale ancora alla capacità di
“leggere il futuro” di una persona.
Ed è proprio questo paradosso a raccontare meglio l’Alzheimer del 2026: sappiamo molto più di
prima, ma proprio le nuove conoscenze aprono domande che fino a pochi anni fa non
potevamo nemmeno porci.

Alzheimer e demenze in Italia: i numeri

Le dimensioni del problema sono già enormi e sono destinate ad aumentare con l’invecchiamento della popolazione. Le diverse fonti utilizzano popolazioni e criteri non perfettamente sovrapponibili: secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia sono circa 1,2 milioni le persone over 65 con demenza, a cui si aggiungono circa 24 mila casi a esordio giovanile; almeno 600 mila convivrebbero con la malattia di Alzheimer. Alzheimer Europe stima, invece, complessivamente circa 1,43 milioni di persone con demenza, destinate a superare i 2,2 milioni entro il 2050.

I NUMERI CHIAVE

0 milioni

Persone con demenza secondo Alzheimer Europe

0

Persone con Alzheimer

0

Persone con lieve declino cognitivo

0

Demenze a esordio giovanile

0 milioni

Persone con demenza previste nel 2050

0 miliardi

Costo complessivo annuo delle demenze

0 %

Quota dell’onere economico sostenuta dalle famiglie

158 possibili terapie: la ricerca non è mai stata così attiva

Uno dei numeri più significativi della Giornata Mondiale Alzheimer 2026 arriva dal nuovo rapporto
di Alzheimer’s Disease International: 158 possibili terapie sono oggi in valutazione in 192 studi
clinici nel mondo. Otto studi di fase III dovrebbero completarsi entro la fine del 2026.
È un’accelerazione straordinaria rispetto al passato. Ma c’è un problema apparentemente banale che
rischia di frenarla: mancano i volontari. Per portare avanti gli studi attualmente attivi servirebbero
circa 55 mila partecipanti. Poiché i criteri di inclusione sono molto selettivi, per trovarli sarebbe
necessario valutare almeno 350 mila persone.

LA CORSA ALLA RICERCA

0

Terapie in valutazione

0

Studi clinici attivi

0

Studi di fase III attesi al completamento nel 2026

0

Partecipanti necessari

0

Persone da valutare per trovarli

0 %

Persone con demenza senza diagnosi formale nel mondo

L’Alzheimer in una provetta: cosa possono dirci i nuovi test
del sangue

Uno dei cambiamenti più spettacolari riguarda i biomarcatori. Fino a pochi anni fa, per cercare i
segni biologici tipici dell’Alzheimer era spesso necessario ricorrere a una PET cerebrale o all’analisi del liquido cerebrospinale attraverso puntura lombare. Oggi alcune delle stesse informazioni possono essere ricercate nel sangue. Tra i biomarcatori più promettenti c’è la p-tau217, una forma di proteina tau strettamente associata alla biologia dell’Alzheimer. “Siamo davvero entrati in una fase nuova, anche se è fondamentale non creare false illusioni”, spiega Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS
San Raffaele di Roma. “Sul fronte diagnostico, i biomarcatori nel sangue si stanno rapidamente avvicinando alla pratica clinica quotidiana e possono rendere l’indagine della patologia biologica molto più accessibile rispetto al passato. Ma un biomarcatore positivo, da solo, non significa necessariamente che quella persona svilupperà una demenza e non consente ancora una prognosi individuale accurata”.

Negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration ha recentemente autorizzato altri due test del sangue, portando a quattro il numero dei test di questo tipo disponibili. Il test Elecsys Phospho-Tau Plasma utilizza la p-tau217 come unico biomarcatore per aiutare a confermare o escludere la presenza della patologia in persone dai 55 anni in su con sintomi o disturbi cognitivi. In uno studio su oltre 2.100 persone, i risultati concordavano con quelli della PET nell circa delle persone con deterioramento cognitivo e nel 91% di quelle senza compromissione.

PrecivityAD2, invece, può essere impiegato anche a partire dai 40 anni nelle persone con sintomi cognitivi e analizza rapporti tra beta amiloide e tau. Nello studio che ha sostenuto l’approvazione ha
identificato correttamente il 98% dei soggetti positivi alla PET o ai biomarcatori liquorali e il 93%
dei negativi.

“Il vantaggio potenziale è evidente”, osserva Rossini: “rispetto alla PET cerebrale o all’analisi del liquor ottenuto mediante puntura lombare, il prelievo di sangue è più semplice, meno invasivo e costoso e più facilmente ripetibile. Ma proprio qui nasce uno degli equivoci più importanti”.

Nuovi test ematici                               A chi è destinato                                Cosa misura                              Dati principali
Elecsys Phospho-Tau Plasma        ≥55 anni con sintomi                          p-tau 217                             concordanza PET circa 88-91%
                                                                          cognitivi  

Precivity AD-2                                         da 40 anni con sintomi cognitivi  beta-amiloide+tau         98% positivi, 93% negativi
                                                                                                                                                                                                       correttamente identificati

Ma attenzione: positivo non significa “avrai la demenza”

È forse il concetto più importante da capire. Trovare la biologia dell’Alzheimer non significa
conoscere il destino clinico di una persona. Esistono individui nei quali sono rilevabili alterazioni
biologiche associate alla malattia ma che, nel corso degli anni, non sviluppano una demenza
clinicamente evidente. Per questo i test ematici non vanno immaginati come un “test del futuro” da
acquistare e interpretare da soli. Il risultato deve essere inserito in una valutazione che comprende
storia clinica, esame neurologico, test neuropsicologici, imaging e, quando necessario, ulteriori
biomarcatori.

La nuova domanda: perché alcuni cervelli resistono?

Due persone possono mostrare una biologia dell’Alzheimer simile e avere negli anni successivi
storie completamente diverse. Una può sviluppare progressivamente problemi di memoria e
autonomia; l’altra può mantenere per molto tempo un funzionamento cognitivo soddisfacente.
Perché? La ricerca sta studiando quella che viene definita resilienza cerebrale: l’insieme dei
meccanismi che potrebbero permettere ad alcuni cervelli di compensare meglio il danno. “La
ragione risiede verosimilmente anche in fattori di ‘resilienza’ in grado di contrastare
efficacemente i fattori di rischio”, osserva Rossini. È proprio capire perché alcuni cervelli
resistano meglio di altri una delle grandi frontiere della ricerca attuale.

È anche l’obiettivo di progetti come INTERCEPTOR, sviluppato da una rete italiana di centri di ricerca, che ha integrato
dati clinici, neuropsicologici, genetici, neurofisiologici, imaging e biomarcatori per costruire
modelli capaci di stimare il rischio di progressione dal lieve deterioramento cognitivo alla demenza.
Secondo i materiali raccolti, il progetto ha sviluppato un algoritmo destinato a individuare, tra le
persone con Mild Cognitive Impairment, quelle che hanno maggiore probabilità di sviluppare una
demenza entro tre anni. È probabilmente questo il prossimo grande passo della medicina di
precisione applicata all’Alzheimer: non soltanto diagnosticare prima, ma capire chi ha realmente
bisogno di essere trattato e quando.

Alzheimer, i nuovi anticorpi monoclonali spiegati bene: indicazioni, benefici e il nodo dell’accesso

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Lecanemab e donanemab: una svolta, ma non una cura

Anche le terapie sono entrate in una fase nuova. Lecanemab e donanemab sono anticorpi monoclonali diretti contro la beta-amiloide, una delle proteine che si accumulano nel cervello nella malattia di Alzheimer. La novità concettuale è importante: per la prima volta alcuni trattamenti non si limitano ad agire sui sintomi, ma cercano di intervenire direttamente su uno dei meccanismi biologici della malattia.

“Per la prima volta disponiamo di farmaci progettati per intervenire su uno dei meccanismi biologici della malattia e non soltanto sui suoi sintomi. È un vero cambio di paradigma rispetto agli ultimi decenni”, spiega Rossini. Non significa però avere trovato la cura. I benefici osservati sono relativamente contenuti, i farmaci non sono adatti a tutte le persone con Alzheimer e richiedono una selezione accurata dei pazienti e un monitoraggio specifico, anche a causa del rischio delle cosiddette ARIA, alterazioni visibili all’imaging che possono comparire durante il trattamento. “L’Alzheimer non è una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento ma una malattia neurodegenerativa complessa che deve essere riconosciuta e affrontata il prima possibile”, sottolinea Mario Zappia, presidente della Società Italiana di Neurologia. “Negli ultimi anni abbiamo assistito a un importante avanzamento scientifico. Disponiamo infatti di terapie in grado di intervenire sui
meccanismi biologici della malattia e potenzialmente di rallentarne la progressione, aprendo una nuova stagione nella lotta all’Alzheimer. Non si tratta ancora di una cura definitiva ma di un cambio di paradigma che fino a pochi anni fa sembrava irraggiungibile”.

Paradossalmente, quindi, avere farmaci più mirati rende ancora più importante identificare bene chi
presenta la patologia biologica, chi rischia di progredire e chi ha maggiori probabilità di
beneficiare del trattamento.

Possiamo ridurre il rischio? Fino al 45% dei casi è legato a
fattori modificabili

Sul fronte della prevenzione il messaggio deve essere molto preciso: ridurre il rischio non significa garantire che una persona non svilupperà la malattia. Secondo la Lancet Commission, fino al 45% dei casi di demenza potrebbe essere ritardato o ridotto agendo sui fattori modificabili. Le nuove indicazioni dell’OMS richiamano attività fisica, stimolazione cognitiva e sociale, stop al fumo, riduzione dell’alcol dannoso, alimentazione equilibrata e controllo dei principali fattori di rischio cardiovascolare e metabolico.

I 14 fattori individuati dalla Lancet Commission comprendono: basso livello di istruzione, perdita dell’udito, ipertensione, colesterolo LDL elevato, obesità, fumo, depressione, inattività fisica, diabete, consumo eccessivo di alcol, trauma cranico, inquinamento atmosferico, isolamento sociale e deficit visivo non trattato. Il punto è importante anche per evitare una narrazione colpevolizzante: avere uno stile di vita sano riduce il rischio, ma l’Alzheimer è una malattia complessa in cui entrano in gioco età, genetica, biologia e numerosi altri fattori. “Le evidenze scientifiche
contengono un messaggio di speranza: non è mai troppo presto e non è mai troppo tardi per agire, come singoli e come società”, afferma Katia Pinto, presidente di Alzheimer Italia. “È importante però sottolineare che parliamo di riduzione del rischio e non di prevenzione garantita. La demenza resta una condizione complessa su cui incidono molti fattori e chi la sviluppa non deve sentirsi in colpa né giudicato”. Pinto richiama anche la responsabilità collettiva: per proteggere la salute cerebrale servono “adeguate politiche pubbliche”, con ambienti sani, aria pulita, possibilità di
movimento e socialità e servizi accessibili. “La prevenzione deve accompagnare l’intera vita”, ricorda Zappia.

“Controllare pressione, diabete e colesterolo, non fumare, svolgere attività fisica regolare, proteggere udito e vista e mantenere relazioni sociali e stimoli cognitivi significa proteggere anche la salute del cervello”. A questi comportamenti, aggiunge, dovrebbe associarsi anche una buona qualità del sonno.

Dieta occidentale e gene APOE: non siamo tutti uguali


Un recente studio australiano offre un esempio interessante di quanto possano intrecciarsi genetica e
stile di vita. I ricercatori hanno seguito 185 persone anziane per più di sette anni, confrontando
un’alimentazione di tipo occidentale — ricca di carne rossa e lavorata, patatine, pizza, dolci, cereali
raffinati e birra — con un modello più ricco di frutta, verdura, ortaggi a foglia verde e cereali
integrali. Il risultato più interessante riguarda i portatori dell’allele APOE ε4, il più importante
fattore genetico comune di rischio per l’Alzheimer: in queste persone, una maggiore aderenza alla
dieta occidentale era associata a un declino più rapido dell’attenzione. L’associazione non è stata
osservata nello stesso modo nei non portatori di APOE ε4. Lo studio è osservazionale e non
consente di prescrivere una dieta in base al proprio profilo genetico, ma suggerisce una direzione
interessante: la prevenzione del futuro potrebbe non essere uguale per tutti.

E il litio? Una pista affascinante, ma ancora sperimentale

Tra le ricerche più curiose c’è quella sul litio. Uno studio pubblicato su Nature ha analizzato per
dieci anni le concentrazioni di 27 metalli in campioni cerebrali post-mortem. Nella corteccia
prefrontale delle persone con deterioramento cognitivo o Alzheimer sono stati osservati livelli
significativamente più bassi di litio. Negli esperimenti sui topi, una carenza di litio era associata a
un’accelerazione delle alterazioni simili all’Alzheimer, mentre risultati particolarmente interessanti
sono stati ottenuti utilizzando litio orotato. Ma il passaggio fondamentale è questo: i risultati più
promettenti riguardano ancora modelli animali. Un precedente studio sull’uomo con carbonato
di litio non ha mostrato miglioramenti significativi nei test cognitivi o nella risonanza magnetica. È
ora previsto un nuovo trial della Johns Hopkins University su persone con Alzheimer iniziale per
studiare il litio orotato. Quindi la domanda “dovremmo assumere tutti piccole dosi di litio?” ha, al
momento, una risposta semplice: no. Non esistono prove sufficienti per raccomandarlo a scopo
preventivo e il litio non è un integratore innocuo da assumere autonomamente.

Mediterranea e MIND: cosa mangiare oggi, senza aspettare il
futuro

Mentre alcune piste restano sperimentali, le indicazioni alimentari più solide continuano a
convergere verso modelli complessivamente salutari. Il modello mediterraneo privilegia verdure,
legumi, cereali integrali, pesce, olio extravergine di oliva e alimenti poco trasformati.
La dieta MIND, sviluppata specificamente pensando alla salute cerebrale, combina principi della
dieta mediterranea e della DASH e dà particolare spazio a verdure a foglia verde, frutta secca, olio
d’oliva e legumi. Diverso è il discorso sugli integratori. Le linee guida OMS citate nei materiali non
raccomandano l’uso generalizzato di integratori alimentari per prevenire la demenza.
Eventuali carenze, come quelle di vitamina B12 o vitamina D, devono essere identificate e trattate
nel contesto clinico appropriato.

Dove rivolgersi: il ruolo dei CDCD

I Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD) sono il punto di riferimento specialistico
per diagnosi e presa in carico. “La loro funzione diventa ancora più importante nell’epoca dei
biomarcatori e delle terapie mirate: non si tratta semplicemente di stabilire se un test sia
positivo o negativo, ma di interpretare quel risultato all’interno della storia clinica e del
profilo cognitivo della singola persona”, sottolinea Rossini. Anche perché la nuova medicina
dell’Alzheimer rischia di creare disuguaglianze se diagnosi avanzate e terapie innovative non
saranno accessibili in maniera omogenea sul territorio.

Quando una dimenticanza deve farci chiedere aiuto

Dimenticare occasionalmente un nome o non ricordare dove abbiamo appoggiato le chiavi non
significa avere l’Alzheimer. Ciò che conta è soprattutto il cambiamento rispetto al passato, la
frequenza, la progressione e l’impatto sulla vita quotidiana.

Memoria

informazioni recenti dimenticate ripetutamente, domande ripetute

Organizzazione

difficoltà nuove nel gestire conti, ricette o attività abituali

Orientamento

perdersi in luoghi familiari o confondere spesso date e tempi

Linguaggio

difficoltà crescente a trovare parole o seguire una conversazione

Comportamento e umore

cambiamenti persistenti di personalità, motivazione o socialità

Non basta innovare: serve un sistema capace di prendersi cura

La Giornata Mondiale Alzheimer 2026 cade anche in un momento importante per l’organizzazione dell’assistenza italiana. Al Ministero della Salute, infatti, vengono presentati i lavori per il nuovo Piano Nazionale Demenze. Alzheimer Italia chiede che venga accompagnato da finanziamenti stabili: una persona che riceve oggi una diagnosi può aver bisogno di assistenza per dieci o quindici anni, mentre progetti finanziati soltanto per pochi anni non garantiscono continuità. “Dobbiamo riconoscere la malattia nelle sue fasi iniziali, quando i sintomi sono ancora lievi e quando gli interventi hanno maggiori probabilità di essere efficaci”, osserva Zappia. “Per questo è necessario rafforzare la rete dei Centri per i disturbi cognitivi e le demenze, promuovere l’accesso ai biomarcatori diagnostici e garantire percorsi assistenziali omogenei su tutto il territorio nazionale”.

“I fondi a termine, utilizzati finora, non sono in grado di rispondere a un bisogno continuativo: chi riceve oggi una diagnosi avrà bisogno di servizi per i dieci o quindici anni successivi, non per i trentasei mesi di durata di un progetto”, afferma Mario Possenti, segretario generale di Alzheimer Italia. “I passi avanti nella ricerca e la diagnosi precoce non servono se le persone poi vengono abbandonate a loro stesse”. E aggiunge che, in un Paese dove gran parte della cura ricade ancora sulle famiglie, “il sostegno all’intera famiglia è la condizione imprescindibile perché
qualsiasi percorso funzioni”.

La sfida riguarda anche gli ospedali. Nel 2026 la Federazione Alzheimer Italia presenta nuove linee di indirizzo per gli Ospedali Dementia Friendly, costruite anche grazie alle esperienze di oltre 150 professionisti sanitari e circa 800 caregiver. Il modello prevede otto passaggi, dall’identificazione della fragilità cognitiva già al pronto soccorso fino alla programmazione della dimissione e del ritorno sul territorio. “Alla base di queste Linee di indirizzo c’è un approccio che guarda alla cura nella sua complessità”, spiega Francesca Arosio, psicologa e psicoterapeuta della Federazione Alzheimer Italia. L’obiettivo è “costruire, passo dopo passo, una rete nazionale di ospedali che scelgono di mettere al centro la persona con demenza: non solo con la sua condizione clinica, ma anche con la sua storia, le sue abitudini e le sue emozioni”. In Italia sono già quattro gli ospedali che hanno avviato questo percorso: Baggiovara, Sassuolo, Sant’Anna di San Fermo della Battaglia e Policlinico Sant’Orsola di Bologna. “Sarebbe bello che ci fossero tanti posti così, non solo musei ma anche mezzi di trasporto e ospedali dove possiamo sentirci accolti e capiti”, racconta Susana
Inguil. “Soprattutto gli ospedali, perché sono luoghi dove si deve andare per forza e dove anche a
me è capitato di perdermi e avere paura”.

Quando la memoria non è solo un ricordo

La memoria non è soltanto la capacità di ricordare un nome, una data o un appuntamento: è anche ciò attraverso cui costruiamo la nostra storia personale e manteniamo il legame con gli altri. È questo il punto di partenza di “The Unavailable Story”, iniziativa di sensibilizzazione realizzata da Lilly con il patrocinio e il contributo scientifico-divulgativo di Airalzh ETS – Associazione Italiana Ricerca Alzheimer in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer. Per 24 ore, cinque volti noti (Chiara Galiazzo, Veronica Ruggeri, Ludovica Bizzaglia, Francesco Cicconetti e Valentina Ricci) hanno archiviato foto, video e contenuti dai propri profili social, lasciando comparire soltanto una Instagram Story con la scritta “Questa storia non è più disponibile”. L’idea era creare un parallelo tra quella memoria digitale, oggi diventata una sorta di archivio pubblico delle nostre esperienze, e la memoria personale, che nella malattia di Alzheimer può progressivamente modificarsi, con conseguenze che vanno oltre il semplice ricordo di un episodio.

Il tema si inserisce in una questione più ampia: che cosa rimane della persona quando la malattia modifica il rapporto con i propri ricordi? È una domanda che riguarda non soltanto la dimensione clinica, ma anche le relazioni, l’autonomia e il senso di identità. Ed è proprio su questo aspetto che negli ultimi anni si sono sviluppate iniziative che affiancano alla ricerca e all’assistenza strumenti legati alla socialità, all’arte e alla memoria autobiografica. Nel tuo stesso approfondimento hai già raccontato, per esempio, i progetti museali di Airalzh, la fotografia nelle RSA e L’Albero dei Ricordi, mostrando come la possibilità di esprimersi e condividere esperienze possa continuare anche quando la malattia avanza.

Non solo farmaci: ascolto, arte e iniziative per famiglie e caregiver

La Giornata Mondiale Alzheimer non è soltanto un’occasione per parlare di ricerca e nuove terapie, ma anche per ricordare quanto contino ascolto, relazioni e qualità dell’assistenza. Il 21 settembre AIMA – Associazione Italiana Malattia di Alzheimer mette a disposizione dei familiari una rete di 12 psicologi per colloqui individuali gratuiti in streaming, dalle 9 alle 20, della durata di 45 minuti. Per prenotare è possibile chiamare la Linea Verde Alzheimer 800 679 679 o scrivere a aima@aimanazionale.it. La stessa sera, alle 20.30, l’Aula Magna della Sapienza di Roma ospita “Note di Memoria. Un passo dopo l’altro”, serata aperta al pubblico che unisce ricerca, musica, danza e narrazione; le porte aprono alle 19.30 e sarà possibile provare anche BrainArt®, esperienza che traduce l’attività cerebrale in forme e colori. L’ingresso è libero, con donazione volontaria e prenotazione. “In oltre trent’anni sono cresciute l’attenzione, la sensibilità e la consapevolezza della società nei confronti dell’Alzheimer, ma la condizione delle persone con la malattia e delle loro famiglie cambia con molta più lentezza”, sottolinea Patrizia Spadin, presidente AIMA, che invita a trasformare la sensibilizzazione “in risposte concrete, capaci di incidere davvero sulla vita quotidiana delle persone con Alzheimer e di chi se ne prende cura”. 

Anche l’arte viene sempre più utilizzata come strumento di inclusione e benessere. Airalzh ETS porta avanti in Toscana “Tracce di Memoria”, con piccoli gruppi di persone con demenza e caregiver coinvolti in percorsi museali, e in Lombardia “Creative Age – Musei e arte per l’Alzheimer”, attivo nelle province di Bergamo, Brescia e Pavia. A Trento prende invece forma
“MUSE Piano Piano”, in collaborazione con il Museo delle Scienze. “Le esperienze artistiche e di inclusione museale possono portare possibili benefici per il benessere e la qualità della vita delle persone affette da Alzheimer e dei loro familiari e caregiver”, spiega Alessandra Mocali, presidente di Airalzh ETS, ricordando come questi percorsi possano contribuire anche a
“interrompere l’isolamento”, favorendo nuove relazioni e occasioni di condivisione. Le informazioni per partecipare ai progetti vengono pubblicate sul sito di Airalzh; per Creative Age è inoltre attiva una raccolta fondi sulla piattaforma For Funding di Intesa Sanpaolo, con l’obiettivo di raccogliere 50 mila euro entro il 31 gennaio 2027.


A raccontare quanto possa essere ancora ricca la capacità di esprimersi delle persone con demenza è anche il progetto “Catturare il presente quando il passato sfuma”, che coinvolge circa 400 ospiti di 40 RSA Korian in sei regioni. Agli ospiti vengono affidate macchine fotografiche con cui raccontare liberamente ciò che attira la loro attenzione; gli scatti confluiranno poi in mostre aperte a
familiari e caregiver. “La fotografia ci aiuta a vedere il mondo attraverso gli occhi dei pazienti, a capire cosa vedono e che cosa cattura la loro attenzione”, racconta Francesca Migliorati, ideatrice del progetto, sottolineando che l’esperienza mostra come “l’individualità della persona rimanga intatta e leggibile anche con una diagnosi di demenza”.

Sul valore della memoria autobiografica punta invece “L’Albero dei Ricordi – la memoria condivisa non si perde”, progetto realizzato nelle 60 RSA Anni Azzurri, che ha raccolto oltre 500 storie di persone tra gli 80 e i 95 anni. Ogni ricordo è stato trasformato in una foglia viola e, dal 21 settembre, audio e immagini delle testimonianze saranno disponibili sul sito di Anni Azzurri. “Ogni foglia dell’albero nasce da un ascolto vero, senza fretta”, racconta Salvatore Lo Medico, coordinatore degli educatori Anni Azzurri. E lo psichiatra Adolfo Bandettini di Poggio ricorda che “la memoria non è soltanto un archivio del passato, ma uno strumento attraverso cui la persona anziana ricostruisce il senso della propria identità nel presente”.
Infine, a Gerenzano, Villaggio Amico propone il laboratorio esperienziale gratuito “Nel cuore della demenza”, rivolto a familiari, caregiver, operatori sociosanitari e cittadini. Attraverso dispositivi che alterano temporaneamente vista, udito e coordinazione, i partecipanti sperimentano quanto possano diventare complessi gesti quotidiani apparentemente semplici. Gli appuntamenti sono il 21 settembre alle 15 e il 26 settembre alle 9.30; l’esperienza dura circa tre ore e si conclude con un confronto guidato dalla psicologa Caterina Pacenza. La partecipazione è gratuita, con posti limitati e prenotazione al 02 9648 9496 o via mail a info@villaggioamico.it.

“Comprendere, anche solo per pochi minuti, la fatica che può nascondersi dietro un gesto semplice significa fare un passo importante verso un’assistenza più attenta, empatica e centrata sulla persona”, spiega Pacenza.

La vera sfida comincia dopo la diagnosi

L’Alzheimer del 2026 non è più la malattia di cui “non si può fare nulla”. Possiamo riconoscerla
meglio, in alcuni casi intervenire prima, ridurre una parte del rischio, sostenere maggiormente le funzioni residue e costruire ambienti più adatti a chi convive con la demenza. “La vera rivoluzione sarà riuscire a mettere insieme questi strumenti. Oggi possiamo riconoscere sempre meglio la biologia della malattia e abbiamo iniziato ad avere terapie capaci di modificarne alcuni meccanismi. Il passo successivo è capire con maggiore precisione chi svilupperà
la malattia clinica e con quale velocità. È lì che diagnosi precoce e medicina personalizzata
potranno davvero incontrarsi”. Ma la rivoluzione scientifica avrà davvero un impatto soltanto se ai
nuovi biomarcatori e alle nuove terapie corrisponderanno diagnosi tempestive, centri accessibili,
assistenza continuativa e sostegno alle famiglie. Perché il vero salto di qualità non sarà soltanto
riuscire a vedere l’Alzheimer prima. Sarà sapere cosa fare, per quella persona, dopo averlo visto.