Obesità, oltre la bilancia
di Irma D’Aria
Dal Congresso europeo dell’Obesità arriva un messaggio chiaro: non basta più chiedere quanto peso si perde. Bisogna capire che cosa si protegge, quanto dura il risultato e come rendere il percorso sostenibile nella vita reale.
Per anni l’obesità è stata raccontata con un numero: il peso. O, al massimo, con un altro numero, il BMI, l’indice di massa corporea. Numeri utili, certo. Ma insufficienti.
Non dicono dove si accumula il grasso. Non distinguono tra massa grassa e massa muscolare. Non raccontano se una persona sale le scale con fatica, se ha dolore alle ginocchia, se dorme male, se ha già un rischio cardiovascolare aumentato o se riuscirà davvero a seguire una cura nel tempo.
Dal Congresso europeo dell’Obesità 2026, a Istanbul, emerge una nuova mappa della malattia: più ampia, più clinica, più vicina alla vita quotidiana delle persone. La cura dell’obesità non ruota più solo intorno alla domanda “quanto peso si perde?”, ma intorno a una domanda più importante: quanta salute si guadagna?
Questo cambio di prospettiva riguarda tutto il percorso: diagnosi, prevenzione, terapie, movimento, alimentazione, salute del cuore, massa muscolare, rischio oncologico, aderenza ai trattamenti e mantenimento dei risultati.
Perché dimagrire può essere un passaggio decisivo. Ma non è l’unico. E soprattutto non è il punto finale.
L’obesità è una malattia cronica, non una parentesi
Il primo passo è cambiare linguaggio. L’obesità non è una colpa, non è una semplice mancanza di volontà e non è solo il risultato di “mangiare troppo e muoversi poco”. È una malattia cronica, progressiva e recidivante, influenzata da fattori biologici, genetici, psicologici, sociali e ambientali.
Questo significa che può peggiorare nel tempo, può ripresentarsi dopo una fase di miglioramento e richiede una gestione di lungo periodo. Come accade per altre condizioni croniche, il trattamento non può essere pensato come un intervento breve, da interrompere appena il numero sulla bilancia scende.
La biologia conta. Quando una persona perde peso, il corpo può reagire aumentando fame e desiderio di cibo, riducendo il dispendio energetico e favorendo il recupero dei chili persi. È uno dei motivi per cui molte persone riescono a dimagrire, ma poi fanno fatica a mantenere il risultato.
Questo non significa che lo stile di vita non serva. Al contrario: alimentazione, movimento, sonno, gestione dello stress e supporto psicologico restano fondamentali. Ma significa che, in molti casi, non bastano da soli. Serve un percorso medico, personalizzato e continuativo.
In Italia il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica ha assunto anche un valore politico e sanitario, con l’obiettivo di ridurre lo stigma e rendere più accessibili percorsi di prevenzione, diagnosi e cura.
La differenza non è solo formale. Se l’obesità viene considerata una malattia, cambia il modo in cui la società la guarda. Cambia il ruolo dei medici. Cambia il modo in cui i pazienti vengono accompagnati. E cambia anche il modo in cui si misura il successo di una terapia.
Perché il BMI non basta più
Il BMI è semplice: mette in rapporto peso e altezza. Per questo è stato usato per decenni come parametro di riferimento per classificare sottopeso, normopeso, sovrappeso e obesità.
Ma la sua forza è anche il suo limite. Il BMI non dice nulla sulla composizione corporea. Due persone con lo stesso BMI possono avere profili molto diversi: una può avere più massa muscolare, un’altra più grasso viscerale; una può avere un buon livello di funzionalità fisica, un’altra può avere dolore, affanno e difficoltà nei gesti quotidiani.
Oggi la valutazione dell’obesità si sta spostando verso un approccio più completo. Accanto al BMI entrano in gioco altri parametri: circonferenza vita, rapporto vita-altezza, distribuzione del grasso, percentuale di massa grassa, massa magra, funzione fisica, presenza di complicanze e qualità di vita.
È un passaggio importante perché il rischio non dipende solo da “quanto” peso c’è, ma anche da “dove” si accumula e da quali conseguenze produce sull’organismo.
Il grasso viscerale, quello che si accumula nell’area addominale e intorno agli organi, è particolarmente rilevante per il rischio metabolico e cardiovascolare. Per questo misurare solo il peso può essere fuorviante: la bilancia registra un numero, ma non racconta la distribuzione del rischio.
Il cuore è uno dei bersagli principali
Per molto tempo l’obesità è stata raccontata soprattutto come problema di peso. Oggi è sempre più chiaro che è anche un fattore di rischio per cuore e vasi.
L’eccesso di grasso, soprattutto viscerale, può favorire ipertensione, alterazioni del colesterolo, insulino-resistenza, diabete di tipo 2, infiammazione cronica e aumento del rischio cardiovascolare. Non si tratta quindi solo di “prevenire qualche chilo in più”, ma di ridurre il carico di rischio che pesa sull’organismo.
Questo aspetto è particolarmente importante perché molte complicanze dell’obesità lavorano in silenzio. Una persona può non percepire subito il danno, ma intanto pressione, glicemia, fegato, cuore e vasi possono essere già coinvolti.
Il cambio di prospettiva è netto: l’obesità deve essere trattata come una condizione clinica che può aprire la strada ad altre malattie croniche. Non come un problema estetico. Non come una questione morale. Non come un tema da rimandare.
Dimagrire sì, ma senza perdere forza
Una delle parole chiave emerse dal congresso è massa muscolare.Quando una persona perde peso, non perde solo grasso. Una parte del calo può riguardare anche la massa magra, inclusa quella muscolare. Questo accade con qualsiasi strategia di dimagrimento: dieta, farmaci, chirurgia o programmi intensivi sullo stile di vita.
Il punto, quindi, non è evitare ogni perdita di massa magra, ma limitarla il più possibile. Perché il muscolo non serve solo a “fare forza”. Serve a camminare, alzarsi da una sedia, mantenere l’equilibrio, proteggere le articolazioni, sostenere il metabolismo e conservare autonomia.
Negli anziani questo tema diventa ancora più delicato. Dopo i 70 anni, la perdita di peso va gestita con particolare attenzione perché il rischio di sarcopenia, cioè la riduzione di massa e forza muscolare, può compromettere indipendenza, mobilità e qualità della vita.
Per questo la gestione dell’obesità negli over 70 non può limitarsi a far scendere la bilancia. Deve includere valutazione della composizione corporea, apporto proteico adeguato, esercizio fisico mirato e monitoraggio della funzione muscolare.
Il messaggio è semplice: perdere peso non deve significare perdere capacità di vivere meglio.
Il punto non è solo perdere peso, ma perdere il peso giusto.
Un dimagrimento ben guidato dovrebbe puntare soprattutto alla riduzione della massa grassa, proteggendo il più possibile la massa muscolare.Per riuscirci servono tre elementi:un piano nutrizionale adeguato;attività fisica, in particolare esercizi di forza compatibili con età e condizioni cliniche;controlli per valutare non solo il peso, ma anche funzione, mobilità e composizione corporea.
I NUMERI CHIAVE
Le persone che vivono con obesità nel mondo.
Le persone con obesità in Italia, a cui si aggiungono oltre 23 milioni di persone in sovrappeso.
La soglia quotidiana indicata da una revisione di studi come possibile supporto per mantenere il peso perso dopo una dieta.
L’aumento del rischio di tumori legati all’obesità osservato in uomini che avevano guadagnato più peso tra i 17 e i 60 anni. Nelle donne l’aumento osservato era del 43%.
Una soglia simbolica per ricordare che, nell’anziano, perdere peso richiede particolare attenzione alla massa muscolare e alla prevenzione della sarcopenia.
Mobilità: quando la cura cambia la vita quotidiana
Il peso non incide solo sugli esami del sangue. Incide anche sui gesti più semplici: camminare, piegarsi, alzarsi, fare le scale, uscire di casa senza programmare ogni passo.
Per molte persone con obesità, migliorare la mobilità può essere uno degli obiettivi più concreti e più sentiti del percorso di cura. Non è un dettaglio secondario. È salute funzionale.
La nuova medicina dell’obesità guarda anche a questo: dolore, resistenza, ampiezza dei movimenti, autonomia, percezione della propria capacità fisica. Il successo di un trattamento non si misura solo con la percentuale di peso perso, ma anche con ciò che quella perdita consente di fare.
Se una persona riesce a muoversi meglio, può essere più attiva. Se è più attiva, può mantenere più facilmente il risultato. Se mantiene il risultato, riduce il rischio di ricaduta. È un circolo virtuoso, ma va costruito con gradualità e senza colpevolizzare chi parte da una condizione di fatica.
Questo è uno dei punti più importanti per comunicare l’obesità in modo non stigmatizzante: non tutte le persone partono dallo stesso livello di possibilità fisica, sociale o psicologica. Dire “muoviti di più” può essere inutile, se non si costruiscono condizioni realistiche per farlo.
Il mantenimento è la fase dimenticata
Nel racconto comune, il dimagrimento è il traguardo. Nella pratica clinica, spesso è solo il primo tempo della partita. La fase più lunga e più difficile arriva dopo: mantenere il peso perso.
È qui che il corpo tende a difendere il peso precedente. È qui che la fame può aumentare. È qui che le abitudini quotidiane tornano a fare pressione. È qui che la terapia, il movimento e il supporto diventano decisivi.
Una revisione di studi presentata a ECO 2026 suggerisce che aumentare i passi quotidiani fino a circa 8.500 al giorno e mantenere questo livello nella fase successiva alla dieta può aiutare a ridurre il rischio di recuperare peso. Non è una formula magica, ma un’indicazione pratica: il movimento quotidiano, sostenibile e ripetibile, può diventare uno strumento di difesa del risultato.
Il dato è interessante proprio perché sposta l’attenzione dal gesto eccezionale alla continuità. Non serve immaginare obiettivi irraggiungibili. Per molte persone può essere più utile costruire una routine fatta di camminate, scale, tragitti a piedi, pause attive e piccole scelte ripetute ogni giorno.
Il mantenimento non è una fase “minore”. È il luogo in cui si decide se il cambiamento diventa stabile.
Perché il peso tende a tornare
Dopo una perdita di peso, l’organismo può attivare meccanismi di adattamento:
- aumenta la fame;
- cresce il desiderio di cibo;
- il dispendio energetico può ridursi;
- vecchie abitudini e ambiente alimentare possono favorire il recupero;
- la sospensione precoce dei trattamenti può far perdere parte dei benefici ottenuti.
Per questo l’obesità va gestita nel tempo, non “chiusa” dopo il primo risultato.
Farmaci e vita reale: la sfida è continuare
Negli ultimi anni le terapie farmacologiche per l’obesità hanno cambiato il panorama clinico. I farmaci basati sul sistema delle incretine hanno mostrato risultati importanti negli studi clinici, aprendo nuove possibilità per persone con obesità o sovrappeso associato a complicanze.
Ma la domanda più importante, nella vita reale, non è solo quanto una terapia funzioni in uno studio controllato. È anche quanto sia sostenibile nel tempo.
Una terapia può essere efficace, ma se il paziente non riesce a seguirla, se gli effetti indesiderati non vengono gestiti, se l’accesso è difficile, se le aspettative sono irrealistiche o se la cura viene sospesa troppo presto, il risultato può indebolirsi.
Per questo a ECO 2026 il tema del mantenimento farmacologico è stato centrale. Nuovi studi hanno valutato cosa succede dopo una fase iniziale di perdita di peso ottenuta con terapie iniettabili. I dati indicano che continuare il trattamento, ridurre la dose o passare a una terapia orale può aiutare a conservare gran parte del beneficio raggiunto, mentre l’interruzione espone a un maggiore rischio di recupero ponderale.
È un messaggio coerente con la natura cronica dell’obesità: la cura non deve essere pensata come una scorciatoia rapida, ma come una strategia di lungo periodo, scelta insieme al medico e adattata alla persona.
La disponibilità di opzioni diverse, incluse terapie orali e iniettive, può avere un impatto pratico. Alcuni pazienti temono le iniezioni, altri hanno difficoltà logistiche, altri ancora possono preferire soluzioni più semplici da integrare nella routine. Questo non rende una terapia automaticamente migliore di un’altra, ma rafforza il principio della personalizzazione.
La domanda giusta non è “qual è il farmaco migliore per tutti?”, ma “qual è il percorso più adatto per questa persona, in questo momento della sua vita?”.
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Cosa dicono gli studi sul mantenimento del peso
Due studi presentati a ECO 2026 hanno affrontato una domanda molto concreta: che cosa succede dopo che una persona ha già perso peso con una terapia incretinica?
Il punto non è più soltanto ottenere il calo ponderale iniziale, ma capire se quel risultato può durare nel tempo.
Nello studio SURMOUNT-MAINTAIN, i partecipanti avevano seguito una prima fase di trattamento con tirzepatide alla massima dose tollerata per 60 settimane. Dopo questa fase, sono stati divisi in tre gruppi: chi ha continuato la terapia alla stessa dose, chi è passato a una dose più bassa, pari a 5 mg, e chi ha ricevuto placebo.
Dopo un ulteriore anno di mantenimento, i dati hanno mostrato che chi ha continuato la terapia alla massima dose tollerata ha mantenuto in media tutta la perdita di peso ottenuta. Il peso medio era passato da 112,2 kg all’inizio dello studio a 89,5 kg dopo la prima fase, arrivando a 88,7 kg dopo il periodo di mantenimento.
Anche la riduzione della dose ha permesso di conservare gran parte del risultato: nel gruppo passato a 5 mg, il peso medio era 113,4 kg all’inizio, 89,0 kg dopo la prima fase e 94,6 kg dopo l’anno di mantenimento. Lo scostamento medio rispetto al peso raggiunto era quindi di circa 5,6 kg.
Lo studio ATTAIN-MAINTAIN ha valutato invece il passaggio da terapie iniettabili a una terapia orale con orforglipron. Nei partecipanti che provenivano da semaglutide alla massima dose tollerata, il peso medio era 113,5 kg all’inizio del percorso, 95,0 kg al momento del passaggio alla terapia orale e 95,9 kg dopo 52 settimane: uno scostamento medio di soli 0,9 kg.
Nei partecipanti che provenivano da tirzepatide alla massima dose tollerata, il peso medio era 115,8 kg all’inizio, 90,9 kg al momento del passaggio alla terapia orale e 95,9 kg dopo un anno: uno scostamento medio di circa 5,0 kg.
Il messaggio clinico è chiaro: nell’obesità il mantenimento non è una fase secondaria, ma una parte centrale della cura. Interrompere il trattamento può favorire il recupero del peso perso, mentre continuare la terapia, ridurre la dose o passare a un’opzione orale può aiutare a conservare gran parte dei risultati ottenuti.
Il dato va letto dentro una logica di lungo periodo: l’obesità è una malattia cronica e recidivante, quindi anche la terapia deve essere pensata come un percorso continuativo, personalizzato e sostenibile nella vita reale.
Farmaci anti-obesità: quando la cura può far risparmiare il Ssn
I nuovi farmaci per la perdita di peso, come semaglutide e tirzepatide, non pongono solo una questione clinica. Aprono anche un tema economico: per il Servizio sanitario nazionale conviene considerarli una spesa o un investimento?
Secondo i dati presentati al congresso europeo sull’obesità Eco di Istanbul, la risposta potrebbe essere la seconda. Paolo Sciattella, ricercatore del Ceis, Centre for Economic and International Studies dell’Università di Roma Tor Vergata, ha illustrato uno studio su 912.266 pazienti seguiti per tre anni. La stima è che l’uso di terapie efficaci contro l’obesità possa portare a un risparmio fino a 550 milioni di euro in due anni, grazie alla riduzione di eventi cardiovascolari maggiori, ricoveri e riospedalizzazioni.
Il dato va letto dentro un quadro più ampio. “Ogni anno – ha spiegato Sciattella – vengono ospedalizzate circa 328 mila persone, per un totale di 383 mila ricoveri e 3,4 milioni di giornate di degenza. La spesa stimata per il Ssn è di circa 2 miliardi di euro, con un costo medio di 6.837 euro a paziente. Nei casi di obesità, però, il peso economico cresce: aumentano le riospedalizzazioni e la spesa media può arrivare a circa 12 mila euro nei pazienti con obesità grave”.
Il punto, quindi, non è solo pagare o non pagare un farmaco. È capire se trattare prima e meglio l’obesità possa evitare costi sanitari più alti dopo. Come sintetizza Sciattella, integrare terapie efficaci nella riduzione del rischio cardiovascolare con interventi sullo stile di vita può rappresentare una strategia costo-efficace per ridurre le ospedalizzazioni e migliorare gli esiti clinici.
Obesità e tumori: conta anche la storia del peso
Un altro tema emerso dal congresso riguarda il legame tra obesità e rischio oncologico.
Uno studio presentato a ECO 2026 ha analizzato l’andamento del peso tra i 17 e i 60 anni in oltre 630mila persone, mostrando che chi accumula più peso nel corso della vita adulta presenta un rischio più alto di sviluppare diversi tumori associati all’obesità.
Il dato più forte riguarda i tumori già riconosciuti come correlati all’obesità: il rischio cresce in modo significativo sia negli uomini sia nelle donne. Tra gli uomini sono emersi aumenti rilevanti per tumori del fegato e dell’esofago; tra le donne, per il tumore dell’endometrio. Lo studio suggerisce anche che il peso da giovani e l’età di comparsa dell’obesità possano contare: più precoce è l’esposizione all’eccesso di peso, più lungo può essere il tempo in cui l’organismo resta esposto a meccanismi sfavorevoli.
Il legame tra obesità e tumori è complesso. Può coinvolgere infiammazione cronica, alterazioni ormonali, insulino-resistenza e sostanze prodotte dal tessuto adiposo. Non è una relazione semplice, né automatica. Ma è un tassello importante della prevenzione.
Anche qui, il messaggio non è guardare alla bilancia con ossessione. È riconoscere che il peso, soprattutto quando aumenta molto e resta elevato per anni, può diventare un indicatore di rischio lungo tutto il corso della vita.
La prevenzione non comincia a 60 anni. Comincia molto prima.
Prevenire non vuol dire colpevolizzare
Nel bambino, parlare di obesità richiede attenzione. Il rischio di stigma è alto. Per questo la prevenzione deve concentrarsi su salute, movimento, gioco, qualità dell’alimentazione e benessere, non sull’aspetto fisico.L’obiettivo non è far crescere bambini preoccupati dal peso. È far crescere bambini più protetti.
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Infanzia, scuola e prevenzione precoce
Se l’obesità è una malattia cronica, la prevenzione deve iniziare presto. Non quando le complicanze sono già presenti. Non quando la persona ha già attraversato anni di stigma, tentativi falliti e senso di colpa.
Il tema dell’obesità infantile e giovanile è uno dei più urgenti. L’Italia resta tra i Paesi europei con percentuali elevate di sovrappeso e obesità in età pediatrica, con forti differenze territoriali. Le regioni del Sud presentano spesso i dati più critici.
Prevenire nei bambini non significa mettere i bambini a dieta o trasformare il peso in un’ossessione familiare. Significa creare ambienti più sani: mense equilibrate, educazione alimentare, movimento quotidiano, spazi sicuri per giocare, meno sedentarietà, famiglie informate e insegnanti coinvolti.
La scuola può diventare un luogo chiave. Non perché debba sostituire il medico o la famiglia, ma perché è uno dei pochi spazi che raggiunge quasi tutti i bambini, indipendentemente dal reddito, dal livello culturale e dal contesto di partenza.
La prevenzione efficace non colpevolizza. Costruisce condizioni.
Stigma: la malattia che pesa due volte
Chi vive con obesità non porta solo il peso della malattia. Porta spesso anche il peso dello stigma.
Commenti, giudizi, consigli non richiesti, rappresentazioni semplificate e linguaggio colpevolizzante possono allontanare le persone dalle cure. Possono aumentare isolamento, ansia, vergogna e rinuncia. Possono perfino peggiorare il rapporto con il cibo, con il corpo e con i professionisti sanitari.
Per questo il modo in cui raccontiamo l’obesità non è un dettaglio. Dire “obeso” come etichetta identitaria non è la stessa cosa che dire “persona con obesità”. Parlare di “forza di volontà” non è la stessa cosa che parlare di malattia cronica, ambiente, biologia e accesso alle cure.
Il linguaggio può curare o ferire. Può aprire una porta o chiuderla.
Un deep dive sull’obesità deve tenere insieme scienza e parole. Perché la nuova medicina dell’obesità non riguarda solo i farmaci o gli esami. Riguarda anche la possibilità di essere presi sul serio.
Cosa significa andare oltre il BMI
Andare oltre il BMI non vuol dire abbandonarlo. Vuol dire usarlo come punto di partenza, non come punto di arrivo.
Significa chiedersi:
- quanta massa grassa è presente;
- dove si concentra il grasso;
- quanta massa muscolare va preservata;
- quali complicanze sono già presenti;
- quanto la persona riesce a muoversi;
- quali obiettivi sono realistici e sostenibili.
LA DOMANDA DECISIVA
Che cosa significa oggi curare davvero l’obesità?
Significa andare oltre la bilancia.
Significa riconoscere l’obesità come malattia cronica e non come fallimento personale. Significa misurare il rischio, non solo il peso. Significa proteggere il cuore, il metabolismo, la massa muscolare e la mobilità. Significa scegliere terapie sostenibili nella vita reale, accompagnare i pazienti nel tempo e prevenire il recupero del peso perso.
Significa anche iniziare prima: nell’infanzia, nella scuola, negli ambienti di vita, nei luoghi di lavoro, nelle famiglie. Perché l’obesità non nasce nel vuoto. Cresce dentro abitudini, città, disuguaglianze, disponibilità di tempo, accesso alle cure e possibilità concrete di muoversi e mangiare bene.
La bilancia resta uno strumento. Ma non può più essere l’unico modo per raccontare la salute di una persona.
La nuova sfida è questa: non chiedere solo quanto peso si perde, ma quale vita si riesce a recuperare.
BMI
Indice di massa corporea. Si calcola dividendo il peso in chili per il quadrato dell’altezza in metri. È utile per classificare sovrappeso e obesità, ma non descrive da solo la composizione corporea né il rischio individuale.
Grasso viscerale
È il grasso che si accumula nell’area addominale e intorno agli organi interni. È associato a un maggiore rischio metabolico e cardiovascolare.
Massa magra
Comprende muscoli, ossa, acqua e organi. Durante il dimagrimento è importante proteggere soprattutto la massa muscolare.
Sarcopenia
Perdita di massa e forza muscolare, più frequente con l’età. Può ridurre autonomia, equilibrio e qualità di vita.
Aderenza terapeutica
Capacità di seguire una terapia nel tempo secondo le indicazioni concordate con il medico.
Incretine
Ormoni coinvolti nella regolazione di appetito, sazietà, glicemia e metabolismo. Alcuni farmaci per obesità e diabete agiscono su questi sistemi.